(Italiano) Ruoli, identità e partecipazione

” width=”300″ height=”400″ />Seconda riflessione: Cittadinanza Attiva ha un’esperienza decennale nel monitoraggio delle politiche socio-sanitarie. Credo che sia quanto mai necessario un impegno nel monitoraggio dal basso delle politiche di assistenza già presenti nel nostro paese e quelle che saranno a breve introdotte (sostegno all’inclusione attiva – SIA per il 2016/17 e sua evoluzione negli anni successivi). La SIA si propone oggi come “spina dorsale” intorno alla quale far ruotare tutti gli interventi di contrasto alla povertà ed è pertanto ancora più importante che i beneficiari di questa misura possano contribuire con la loro voce a renderla più efficace. La partecipazione dei beneficiari alla valutazione delle misure che li riguardano è ad esempio una prassi consolidata in Francia 1. A mio avviso c’è una specie di barriera mentale nel pensare che le persone che ricevono un sussidio possano valutare la politica che lo prevede; questa barriera deriva da un giudizio morale, secondo il quale chi è aiutato non è autorizzato a esprimere un parere sull’aiuto ricevuto. Tra tutti i servizi pubblici, quelli più resistenti all’idea di valutazione dal basso sono quindi quelli indirizzati alle persone in situazione di difficoltà economica. Questo concetto, però, oltre ad essere discutibile — il sussidio non è un aiuto caritatevole, ma è una giusta misura per garantire a tutti una vita dignitosa — è anche pernicioso, in quanto la condizione di povertà implica una serie di meccanismi cognitivi che le persone che non la sperimentano hanno difficoltà a comprendere 2.

Terza riflessione: Nel vostro documento CittadinanzAttiva e comunità locali scrivete: “Le politiche di contenimento della spesa trattano le comunità come puri ‘centri di costo’ e trascurano o, addirittura, ostacolano le miriadi di esperienze che dimostrano la capacità di cittadini di produrre autonomamente risorse preziose (e non sostituibili) per il miglioramento dei servizi e per la salvaguardua del territorio”. Condivido pienamente questa affermazione ed essa è il cuore di un progetto che stiamo portando avanti insieme a più di 15 enti gestori delle funzioni socio-assistenziali dell’area della Città Metropolitana di Torino 3. In questo progetto stiamo costruendo insieme ai direttori, alle assistenti sociali e alle operatrici degli enti gestori delle possibili nuove pratiche di intervento che prevedano, in un’ottica di welfare generativo, la restituzione e rigenerazione di risorse, nel quadro della collaborazione tra enti gestori e beneficiari dei servizi di questi.

Quarta riflessione: nelle #pistedilavoro vi proponete di operare per il riconoscimento di nuovi diritti. A questo proposito vorrei portare qui una delle lezioni apprese nel corso del nostro lavoro pluriennale in percorsi di riflessione sull’uso del denaro con persone in situazione di difficoltà economica (una “nostra” versione di educazione finanziaria): oggi è sempre più importante ragionare sui diritti concernenti le scelte economiche delle persone. I cittadini hanno diritto di fare scelte consapevoli in campo economico e devono essere messi nelle condizioni per farlo. In questo senso si deve trovare un giusto bilanciamento tra azioni di empowerment e formazione delle persone e un’attività normativa e regolatoria che, nell’alveo di quello che nel linguaggio anglosassone si chiama liberal paternalism, possa garantire che l’opzione di default, la scelta che non è scelta, sia comunque favorevole e non pregiudiziale per il cittadino.

Questo testo è una versione rivista del mio intervento al Congresso di CittadinanzAttiva del 9 aprile 2016. Sono stato invitato ad esprimere un punto di vista sui documenti congressuali in quanto rappresentante di un’associazione “amica” di CittadinanzAttiva, ActionAid.

  1. Cfr. la guida Participation des personnes bénéficiaires du revenu de solidarité active au dispositif.
  2. Cfr. in questo senso le illuminanti ricerche di Sendhil Mullainathan ed è interessante leggere la descrizione del progetto Poor for the poor a p. 13 del report The contribution of meaningful Social Innovation to reducing poverty and social exclusion in Europe dell’European Anti-Poverty Network.
  3. Il progetto ha come capofila il Consorzio IN.RETE di Ivrea ed è finanziato dalla Città Metropolitana di Torino; lo realizziamo in partnership con l’associazione Art. 47.

Credible Rights Based Alternative VS Economic Alternative

I wrote this text as an answer to some questions Nazmul Ahsan (Senior Program Officer at ActionAid Bangladesh) asked to the colleagues. Maybe it could be useful to clarify some issue at stake in our program work.

Does Economic Alternative can create credible rights based alternative? it is complementary or supplementary?

First of all, I think is necessary to agree about the terms. In the ActionAid Human Right Based Approach manual, People’s Action In Practice (available here: http://bit.ly/1QQxCaQ) only feminist economic alternatives is defined, as “innovative solutions that seek to address the gender biases in the present economic system (at both micro and macro levels) and that recognise the significance of unpaid care work”, while alternatives are defined as “ideas which stretch the scope of our existing interventions or frameworks – promising something different for the future, something positive, something that changes systems”.

Whithin this framework, we must consider as economic alternative only a structural change, as, for instance, a more fair fiscal system? Maybe not: further in the handbook the scope of economic alternative is narrowed a little bit; we read “A lot of our work in promoting economic alternatives for women will focus on young women, reducing the multiple responsibilities of care work they juggle and helping them find new forms of sustainable income“.

Holding that true, we can say that economic and right based alternative are intertwined and complementary.

Intertwined because, for instance, a fairer tax system is both a right based and an economic alternative; the same is for a minimum income scheme.

Complementary, because, for example, strengthening small business held by people in poverty, is an economic alternative (to overcome poverty), that, along with other economic alternatives (as strengthening occupability), is necessary, but not sufficient to overcome poverty. For example, not all people could run a small business or find a decent work, because of illness, age, or discrimination.

In the same way, right based alternatives are necessaries, but not sufficient too. A minimum income it’s right to create a safety net for people in poverty, but it isn’t an answer for a young or adult women or man who would like to have a job. To put another example: a universal health system is a fundamental right based alternative, very useful to prevent people to fall in poverty, but it’s not sufficient to overcome poverty in itself.

Where the economic alternative hit to change the structural cause?

Somehow I’ve answered this question above, showing how right based and economic alternatives are intertwined.

It’s clear that the micro economic alternatives doesn’t change the system, but insert some people into the system; they are alternative because they change – or may change – the power relations.

I can add that, from an historical and empirical point of view, the two side have a circular feedback: people who are improving their economic position, will probably fight for their rights (not only economic), while universal civil, political and social rights give all opportunities to have economic alternatives.

What are the key aspects we need to ensure in our work on creating economic alternative?

I think this question deals with many many issues, but I try to answer with three points:

1) Economic alternatives (in the broad and narrow meaning) have to be effective. If a family starts a small business, it has to be sustainable in the long term, and give the family the very opportunity to escape poverty.

2) Economic alternatives has to be also environmental and social sound. This goal, of course, many times clashes with the first point, but an unjust economic activity is, by definition, not an alternative.

3) Said that, the “problem” of the economic alternatives (and, I think of most of the economic realm) is that many changes – not all, but many – are beneficial to someone and detrimental to others, at least in a comparative way. This point has to be kept in mind, notwithstanding it’s quite impossible to deal with it and, at the same time, do something in this field.