Ruoli, identità e partecipazione

Ringrazio molto dell’invito a questo vostro Congresso che mi permette innanzitutto di conoscere dal di dentro una organizzazione che ha stretto una partnership strategica con ActionAid. Leggendo i documenti congressuali, trovo nella vostra organizzazione una visione articolata, che si esprime in modo qualificato su un ampio spettro di problemi. In secondo luogo sono felice di essere qui perché mi auguro che questo momento possa essere l’inizio di una collaborazione a livello locale tra le due organizzazioni.

Il mio intervento si focalizza su quattro questioni specifiche che si trovano alla confluenza tra l’operare della vostra organizzazione e della mia.

Prima riflessione: in molti contesti è sempre più sfumato il confine tra chi aiuta e chi è aiutato; ciò dipende in particolare dall’allargarsi della fascia di povertà e dalla strutturazione dei redditi in relazione alle professioni. Questo dato di fatto può a mio avviso essere essere la molla per una nuova stagione di attivazione in cui gruppi di persone con capitale economico equiparabile, ma capitale sociale e culturale differenziato, possano allearsi per rivendicazioni comuni. Un processo di questo tipo richiede una forte operazione in termini culturali volta a creare di nuove identità collettive, anche mediante la chiarificazione di parole chiave e incentivi che possano appunto aggregare gruppi sociali differenziati.

Gruppo che discute di un intervento calato dall'altoSeconda riflessione: Cittadinanza Attiva ha un’esperienza decennale nel monitoraggio delle politiche socio-sanitarie. Credo che sia quanto mai necessario un impegno nel monitoraggio dal basso delle politiche di assistenza già presenti nel nostro paese e quelle che saranno a breve introdotte (sostegno all’inclusione attiva – SIA per il 2016/17 e sua evoluzione negli anni successivi). La SIA si propone oggi come “spina dorsale” intorno alla quale far ruotare tutti gli interventi di contrasto alla povertà ed è pertanto ancora più importante che i beneficiari di questa misura possano contribuire con la loro voce a renderla più efficace. La partecipazione dei beneficiari alla valutazione delle misure che li riguardano è ad esempio una prassi consolidata in Francia 1. A mio avviso c’è una specie di barriera mentale nel pensare che le persone che ricevono un sussidio possano valutare la politica che lo prevede; questa barriera deriva da un giudizio morale, secondo il quale chi è aiutato non è autorizzato a esprimere un parere sull’aiuto ricevuto. Tra tutti i servizi pubblici, quelli più resistenti all’idea di valutazione dal basso sono quindi quelli indirizzati alle persone in situazione di difficoltà economica. Questo concetto, però, oltre ad essere discutibile — il sussidio non è un aiuto caritatevole, ma è una giusta misura per garantire a tutti una vita dignitosa — è anche pernicioso, in quanto la condizione di povertà implica una serie di meccanismi cognitivi che le persone che non la sperimentano hanno difficoltà a comprendere 2.

Terza riflessione: Nel vostro documento CittadinanzAttiva e comunità locali scrivete: “Le politiche di contenimento della spesa trattano le comunità come puri ‘centri di costo’ e trascurano o, addirittura, ostacolano le miriadi di esperienze che dimostrano la capacità di cittadini di produrre autonomamente risorse preziose (e non sostituibili) per il miglioramento dei servizi e per la salvaguardua del territorio”. Condivido pienamente questa affermazione ed essa è il cuore di un progetto che stiamo portando avanti insieme a più di 15 enti gestori delle funzioni socio-assistenziali dell’area della Città Metropolitana di Torino 3. In questo progetto stiamo costruendo insieme ai direttori, alle assistenti sociali e alle operatrici degli enti gestori delle possibili nuove pratiche di intervento che prevedano, in un’ottica di welfare generativo, la restituzione e rigenerazione di risorse, nel quadro della collaborazione tra enti gestori e beneficiari dei servizi di questi.

Quarta riflessione: nelle #pistedilavoro vi proponete di operare per il riconoscimento di nuovi diritti. A questo proposito vorrei portare qui una delle lezioni apprese nel corso del nostro lavoro pluriennale in percorsi di riflessione sull’uso del denaro con persone in situazione di difficoltà economica (una “nostra” versione di educazione finanziaria): oggi è sempre più importante ragionare sui diritti concernenti le scelte economiche delle persone. I cittadini hanno diritto di fare “buone” scelte in campo economico e devono essere messi nelle condizioni per farlo. In questo senso si deve trovare un giusto bilanciamento tra azioni di empowerment e formazione delle persone e un’attività normativa e regolatoria che, nell’alveo di quello che nel linguaggio anglosassone si chiama liberal paternalism, possa garantire che l’opzione di default, la scelta che non è scelta, sia comunque favorevole e non pregiudiziale per il cittadino.

Questo testo è una versione rivista del mio intervento al Congresso di CittadinanzAttiva del 9 aprile 2016. Sono stato invitato ad esprimere un punto di vista sui documenti congressuali in quanto rappresentante di un’associazione “amica” di CittadinanzAttiva, ActionAid.

  1. Cfr. la guida Participation des personnes bénéficiaires du revenu de solidarité active au dispositif.
  2. Cfr. in questo senso le illuminanti ricerche di Sendhil Mullainathan ed è interessante leggere la descrizione del progetto Poor for the poor a p. 13 del report The contribution of meaningful Social Innovation to reducing poverty and social exclusion in Europe dell’European Anti-Poverty Network.
  3. Il progetto ha come capofila il Consorzio IN.RETE di Ivrea ed è finanziato dalla Città Metropolitana di Torino; lo realizziamo in partnership con l’associazione Art. 47.

Dopo l’impeachment di Dilma Rousseff

Queste righe non vogliono essere un’analisi politica, ma le semplici riflessioni di un cittadino che osserva, un po’ da dentro e un po’ da fuori, le vicende brasiliane, sostenuto dalle analisi dei quotidiani El Pais e The New York Times.

Ho seguito la votazione sull’impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff nella Camera e nel Senato brasiliani. E’ stato uno spettacolo triste, sia per le menzogne che venivano proferite tranquillamente — prima fra tutte la relazione diretta causale tra azione del governo e crisi economica –, sia per chi le diceva: sepolcri imbiancati, come dimostrano analisi puntuali dei reati dei quali i parlamentari sono imputati 1.

Non è preciso chiamare questo processo di impeachment colpo di stato: un colpo di stato ha come tratto distintivo l’azione illecita e violenta, fuori dalle leggi. Di quello ha però l’ingiustizia e l’illegittimità. Dico illegittimità (non illegalità) perché una normale alternanza nel potere — ciò che l’ascesa del PMDB a partito-guida del governo rappresenta — non è stata raggiunta mediante gli strumenti previsti per una normale alternanza nel potere, ovvero le votazioni, ma mediante uno strumento, l’impeachment, che si applica in casi eccezionali; se ciò di cui Dilma Rousseff è accusata rientri in questi casi eccezionali o meno è argomento di fervente dibattito, ma la maggior parte degli analisti non coinvolti direttamente nella vicenda affermano che non rientri affatto. Parlo poi di ingiustizia proprio per quanto detto sopra: gli accusatori sono più colpevoli dell’accusato.

Che cosa venga dopo questo pasticciaccio brutto della prima fase dell’impeachment è difficile dirlo: alcuni sostengono che tutta la baraonda dell’impeachment sia stata messa su per insabbiare, in un secondo momento, l’operazione anti-corruzione 2; altri rilevano che la riforma politica, tanto necessaria in Brasile, sarà portata avanti dal parlamento solo se il paese diventa davvero ingovernabile 3.

Che l’instabilità politica non sia facilmente risolvibile, è probabile, non solo per lo scollamento tra la classe politica e l’opinione pubblica, ma pure per la schizofrenia di quest’ultima: si pensi che, mentre le piazze sono contese tra i manifestanti a favore e contro l’impeachment, il candidato favorito per le elezioni è ancora Lula 4

Quale ruolo avrà in questa crisi il Partido dos Trabalhadores (PT)? Dopo circa 13 anni torna all’opposizione. Il Brasile è molto cambiato in questi anni, ma anche il PT è un partito molto diverso. Certo, un profondo cambiamento era già avvenuto negli anni che vanno dalla prima candidatura di Lula (nel 1989), alla sua prima vittoria (nel 2003), ma certo maggiore è quello avvenuto negli anni di governo5. Usando un linguaggio un po’ semplice, si può dire che forse “fa bene” al PT tornare all’opposizione, ma ha ancora la spina dorsale e i muscoli per farlo veramente?

Ma il bisogno di una forte opposizione, politica e culturale, c’è eccome.

L’equipe di governo che il presidente ad interim ha fatto trapelare non promette nulla di buono, in termini di giustizia sociale 6. Più in generale, è evidente che un’agenda conservatrice sta guadagnando momentum. Un segnale tra i tanti: alla quarta posizione nelle intenzioni di voto per il prossimo presidente sta Jair Bolsonaro, già senatore più eletto di tutto il paese, tristemente famoso per le sue posizioni a favore della tortura, contro l’immigrazione e per l’estensione del porto d’armi 7.

  1. Cfr. qui per un’analisi dettagliata, soprattutto incentrata sui deputati, qui per la lista dei deputati che rispondono a processi nella giustizia, qui per la lista dei senatori nella stessa condizione
  2. Cfr. A ofensiva do Legislativo que pode ameaçar a Operação Lava Jato, El País, 12/04/2016
  3. Cfr. intervista a Alfredo Saad Filho nella trasmissione Newshour della BBC del 12/05/2016, minuto 6.48 ca.
  4. Cfr. Lula e Marina lideram corrida para 2018, Folha de São Paulo, 09/04/2016
  5. Per un’analisi interessante, benché molto “di parte”, di questo fenomeno, cfr. A esquerda precisa superar o PTCarta Capital, 06/05/2016
  6. Cfr. Presidente interino faz anúncio oficial de seus ministros El País, 12/05/2016
  7. Cfr. Conservative’s Star Rises in Brazil as Polarizing Views Tap Into Discontent, The New York Times, 08/05/2016

Programma della sessione “Quilombo e maroons dell’America”

Nel quadro del XXXVIII CONVEGNO INTERNAZIONALE DI AMERICANISTICA

Venerdì 6 maggio, ore 8.30

Sala del Consiglio Comunale, Palazzo dei Priori, Corso Vannucci 19 – Perugia

Sessione  “Quilombo e maroons dell’America: specchio delle differenze”

Véronique Boyer (Centre National de la Recherche Scientifique, France)
presenta Os antropólogos e os quilombolas: discursos eruditos, intervenções práticas, interpretações locais

Charles Beatty-Medina (Department of History, University of Toledo, United States)
presenta Africans in Native Garb, the legacy of marronage in the early Spanish Americas

Eliane Cantarino O’Dwyer (Departamento de Antropologia, Universidade Federal Fluminense, Brasil)
presenta Profetismos e práticas de cura: saber tradicional dos remanescentes de quilombo de Oriximiná-PA

Aderval Costa Filho (Departamento de Antropologia e Arqueologia, Faculdade de Filosofia e Ciências Humanas, Universidade Federal de Minas Gerais, Brasil)
presenta Quilombos no Brasil: processos identitários, territoriais, políticas de desenvolvimento e proteção/ omissão do Estado

Mary Kenny (Eastern Connecticut State University, United States)
presenta Identity, place and minor narratives: quilombolas in the sertão of northeast Brazil

Programma completo del Congresso.

Alternative basate sui diritti o alternative economiche?

Questo testo è stato scritto per rispondere ad alcuni interrogativi posti dal collega Nazmul Ahsan (Senior Program Officer at ActionAid Bangladesh). Ho pensato potesse essere utile per chiarire alcune questioni in gioco nel nostro lavoro programmatico.

Un’alternativa economica può creare un’alternativa credibile basata sui diritti umani? I due aspetti sono complementari o uno si aggiunge all’altro?

In primo luogo, penso sia necessario definire i termini. Nel manuale di ActionAid People’s Action In Practice, riguardante l’approccio basato sui diritti umani (disponibile qui in inglese: http://bit.ly/1QQxCaQ) c’è solo la definizione dell’alternativa economica al femminile, che è definita come “una soluzione innovativa che intende dare risposta allo squilibrio di genere che caratterizza il sistema economico presente (sia al livello micro che macro) e che riconosce il valore del lavoro di cura non pagato”, mentre le alternative sono definite come “idee che aumentano il raggio dei nostri interventi presenti o dei nostri modelli – promettendo qualcosa di diverso per il futuro, qualcosa di positivo, qualcosa che cambia i sistemi”.

In questo quadro, dobbiamo considerare un’alternativa economica solo un cambiamento strutturale, ad es. un sistema fiscale più equo? Più avanti, nel manuale, il raggio dell’alternativa economica è un po’ ristretta; leggiamo: “Molto del nostro lavoro di promozione di alternative economiche per le donne sarà indirizzata alle giovani donne, riducendo le molteplici responsabilità di lavoro di cura che esse si sobbarcano e aiutandole a trovare nuove forme di [generazione di] reddito sostenibile”.

Possiamo pertanto dire che le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate e complementari. Sono intrecciate perché, per esempio, un sistema di imposte più giusto è sia un’alternativa economica, sia un’alternativa basata sui diritti; lo stesso si può dire per una misura universale di sostegno al reddito.

Complementari perché, per esempio, rafforzare delle piccole imprese portate avanti da chi è in situazione di povertà è un’alternativa economica (volta a superare la condizione di povertà), che, insieme ad altre alternative (come rafforzare l’occupabilità delle persone), è necessaria ma non sufficiente per superare la povertà. Per esempio, non tutti possono iniziare un’attività economica, o trovare un lavoro decente, magari per ragioni di salute, di età o per qualche tipo di discriminazione.

Al tempo stesso, le alternative basate sui diritti sono necessarie, ma anch’esse non sono sufficienti. Un reddito minimo è utile a creare una sicurezza per persone in situazione di povertà, ma non è una risposta per un giovane o un adulto che vuole un lavoro. Un altro esempio: un sistema sanitario universale è una alternativa basata sui diritti fondamentale, molto utile ad evitare che le persone cadano in povertà, ma non è sufficiente in sé per combattere la povertà delle famiglie.

L’alternativa economica incide sulle cause strutturali della povertà?

In qualche modo l’ho indicato sopra, mostrando come le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate.

E’ evidente che le micro-alternative economiche non cambiano il sistema, ma inseriscono alcune nel persone nel sistema; sono alternative in quanto cambiano – o possono cambiare – i rapporti di potere.

Posso aggiungere che, da un punto di vista empirico e storico, le due componenti si retroalimentano: le persone che migliorano la propria condizione economica, probabilmente lotteranno per i propri diritti (non solo economici), laddove i diritti civili, politici e sociali universali mettono le persone nelle condizioni di avere alternative economiche.

Quali sono gli aspetti che dobbiamo assicurare nel nostro lavoro volto a creare alternative economiche?

Penso che questa domanda sollevi una gran mole di questioni, ma cerco di rispondere con tre punti:

1) Le alternative economiche, sia nel senso ristretto, sia in quello ampio, devono essere efficaci. Se una famiglia avvia un’attività economica, deve essere sostenibile nel lungo periodo e permettere veramente alla famiglia di non essere più povera.

2) Le alternative economiche devono essere “buone” da un punto di vista ambientale e sociale. Questo punto certamente si scontra molto spesso con il primo, ma un’alternativa economica ingiusta non è, per definizione, un’alternativa.

3) Detto ciò, il “problema” delle alternative economiche (e, penso, di gran parte di ciò che succede nel regno dell’economia) è che la molti cambiamenti – non tutti, ma molti – sono positivi per alcuni e negativi per altri, almeno in termini comparativi. Questo punto deve essere tenuto a mente, benché sia impossibile fare qualcosa in questo campo cercando di risolverlo.

Spendere BENE

Spendere BENE. L’espressione eredita dall’avverbio con la quale è composta l’ambiguità di fondo1. Spendere in modo “buono, retto, giusto“, oppure in modo “conveniente, opportuno, vantaggioso“? Quando si affronta la questione nell’ambito sociale, la contraddizione esplode.

Perché ognuno ha un’idea abbastanza formata di quale sia il modo buono di spendere i soldi, anche quando non è del tutto chiaro quale sia il modo vantaggioso. Molti si fanno un’idea anche di quale sia il modo buono per gli altri di spendere i soldi e magari di quale sia il modo più vantaggioso.

I due aspetti sono distinti, ma il cortocircuito è immediato.

Prendiamo un esempio concreto, che ho incontrato più volte nei percorsi di riflessione sull’uso del denaro che ho realizzato per ActionAid (cfr. i progetti Ora facciamo i conti e Contiamo insieme): una mamma che deve decidere se usare una piccola somma (€ 170) per pagare tutto l’affitto di casa o per organizzare una piccola festicciola per la figlia che fa gli anni.

Sull’asse buono/ cattivo si confrontano due possibili scelte:

a) prima viene il dovere di pagare l’affitto (se non ci sono soldi si taglia sulle feste) CONTRO b) la gioia della figlia e la reputazione della famiglia è più della importante della rendita del proprietario (pubblico o privato che sia).

Sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso anche si confrontano due scelte:

c) se non si paga l’affitto si viene cacciati di casa (da ciò derivano molti altri problemi) CONTRO d) in una situazione economicamente incerta è importante avere una rete di amici e conoscenti (che si alimenta anche mediante le festicciole).

Come ho scritto sopra, in genere abbiamo le idee più chiare rispetto all’asse buono/ cattivo, che a quello vantaggioso/ non vantaggioso (in genere, non vale per tutti). Quindi, se non siamo la mamma in questione, ci sembra più semplice scegliere tra (a) e (b), che tra (c) e (d), oppure cerchiamo di far di tutto per accomodare (a) e (b), suggerendo che si possono invitare tutti gli amichetti della figlia al parchetto senza spendere nulla (magari puntando su un porta tecum)2.

In contesti diversi la scelta sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso può essere una scelta molto tecnica (mettere i propri soldi in azioni o in un fondo pensione può essere equivalente sull’asse buono/ cattivo, ma avere esiti molto diversi in termini di ritorno finanziario); ma nel caso in questione — e in tanti casi simili — no e poiché confrontare mele con banane è arduo, non solo è difficile scegliere tra (c) e (d), ma molti “ben-pensanti” volentieri vorranno consigliare alla mamma qual è la scelta migliore — non dovendola fare loro.


 

 

L’immagine dell’intestazione è un particolare del dipinto Vanitas di Jan Brueghel il giovane, del 1631, conservata alla Galleria Sabauda di Torino (cfr. www.galleriasabauda.beniculturali.it/catalogo/#page/222). Nella parte principale della tela la personificazione della vanità è circondata da mille cianfrusaglie ed è accompagnata da due puttini, che peraltro non si curano di lei; sullo sfondo sono invece rappresentate scene ad alto contenuto sociale: dei compagni che s’abbuffano insieme, delle scene di saltimbanchi e di feste paesane. E’ molto probabile che l’autore abbia voluto accomunare tanti oggetti inutili e queste manifestazioni futili, nella più ampia categoria del vano e del vacuo. Una lettura diversa, non fedele ma che ci fa gioco, può invece interpretare la divisione tra le due “vanità” come non piccola: in un caso le ricchezze si sono spese per acquistare oggetti preziosi e alla fine si rimane soli; nel secondo caso i soldi van spesi con altri e si sta in compagnia.

  1. Nel dizionario Treccani online, significato a. È l’avverbio corrispondente all’agg. buono, e significa perciò in modo buono, retto, giusto, o conveniente, opportuno, vantaggioso, in modo insomma da dare soddisfazione piena, cfr. www.treccani.it/vocabolario/bene1
  2. Nei percorsi Ora facciamo i conti e Contiamo insieme cerchiamo di agire molto sulla possibilità di trovare forme di consumo che raggiungano uno stesso fine, ma con spesa minore. Sono piste molto interessanti, ma non sempre questo è possibile e se qualcuno vi assicura che lo sia, bisogna stare attenti. Inoltre, per essere possibile, il cambiamento delle forme di consumo deve coinvolgere il gruppo di riferimento del singolo — sia questo gruppo reale o virtuale

Invito alla sessione “Quilombo e maroons dell’America” del Convegno Internazionale di Americanistica

Sono state pubblicate le sessioni del prossimo Convegno Internazionale di Americanistica: tra queste una dedicata ai quilombo, da me proposta. Sotto una breve presentazione. Il Convegno, organizzato per il 38° anno dal Circolo Amerindiano, si terrà a Perugia dal 3 al 10 maggio prossimo.

Le iscrizioni alla sessione sono aperte e possono essere fatte fino al 20 gennaio attraverso questo modulo.

Quilombo e maroons dell’America: specchio delle differenze

Tutta l’America è oggi caratterizzata dalla presenza di comunità di afro-discendenti, peculiari per natura collettiva ed rapporto con la società all’intorno, alternativamente di isolamento o contrapposizione – peraltro mai assolute e mai definitive. Sono chiamate variamente quilombo, palenque, mocambo, ecc.

Queste comunità si differenziano molto, per ragioni esogene (ad esempio le circostanze in cui la manodopera schiavile è stata introdotta nella regione, le peculiarità delle società nazionali nelle quali si trovano, i caratteri dei popoli precolombiani) ed endogene (le circostanze della formazione della comunità, la loro organizzazione, ecc.).

Alcune questioni sono trasversali ai diversi contesti e rappresentano interessanti spunti di riflessione; indichiamo, in particolare:
•    la tensione vissuta dalle popolazioni dei quilombo tra la spinta all’inclusione nella società all’intorno, da un lato, e alla differenziazione da questa, dall’altro;
•    il rapporto e i legami tra i quilombo nel/del passato e i quilombo contemporanei;
•   l’articolazione tra auto-affermazione dei quilombo, accesso alle risorse (in particolare la terra) e riparazione;
•    la relazione tra la cultura immateriale dei quilombo, quella delle società circostante e della società nazionale.

In questa sessione sono presentati casi studio riguardanti quilombo dei paesi dove essi sono presenti e sono discusse, tra le altre, le questioni sopra citate.

Donna nell'orto-giardino di casa, villaggio Cangume, comune Itaóca, Vale do Ribeira, stato di São Paulo, Brasile. Settembre 2010 (c) Luca Fanelli/ ISA
Donna nell’orto-giardino di casa, villaggio Cangume, comune Itaóca, Vale do Ribeira, stato di São Paulo, Brasile. Settembre 2010 (c) Luca Fanelli/ ISA

Venditori ambulanti di colazione

Quando, a São Paulo, attraversi l’incrocio tra l’Avenida General Olímpio da Silveira e la Rua Lopes de Oliveira, ti trovi al crocevia di vari mondi: alle spalle ti lasci un quartiere che fu piccolo borghese, animato da laboratori e botteghe, popolato da italiani — la panetteria e bar Palmeiras all’angolo ne è una buona testimonianza; attraversi una grande direttrice, sfigurata dal sovrapassaggio, che con il suo grigiore e la triste vita del popolo che si ripara lì sotto, porta le stigmate della grande metropoli; ti incammini — non ci sei ancora — verso uno dei quartieri più ricchi della Capitale, Higienópolis, dove, tra le altre, abita una vivace comunità di ebrei, parte della quale ortodossi.

Venditori ambulanti di colazione. Disegno di Luca Fanelli
Venditori ambulanti di colazione. Disegno di Luca Fanelli

Qui c’è la fermata della metropolitana Marechal Deodoro. Sin dalle prime ore della mattina tutta l’area circostante è popolata da tanti minuscoli banchetti che offrono la colazione. Il menu è semplice e sincero: una bella fetta di torta, tipo margherita o al più al cioccolato, caffelatte (o caffè zuccherato) servito nel bicchiere di plastica. Il cliente preferisce ingozzarsi piuttosto che camminar mangiando. Scuce un paio di reais per il tutto e riprende il suo passo spedito.

La storia e il destino dei venditori è raccontato meglio di qualunque analisi sociologica dalle rime del cantautore Adoniran Barbosa, che compone all’incirca nel 1975 il samba Vide verso meu endereço (Legga dietro il mio indirizzo):

Com o dinheiro que um dia você me deu
Comprei uma cadeira lá na praça da Bandeira
Ali vou me defendendo
Pegando firme dá pra tirar mais de mil por mês
Casei, comprei uma casinha lá no Ermelindo
Tenho três filhos lindos
Dois são meus, um é de criação

La voce narrante, protagonista della storia, si rivolge con deferenza ma dignità al suo benefattore — padrone un tempo? — raccontando che i soldi ricevuti in dono sono stati investiti in un esercizio informale da lustrascarpe (nel centro della città), che, dandoci dentro, gli ha permesso di comprare casa (in quella che allora era l’estrema periferia) e mantenere due figli biologici ed uno adottato o, per meglio dire, affidatogli 1.

Venuti anch’essi da una lontana periferia, gli avventori dei venditori di colazioni condividono con questi ultimi l’estrazione sociale: risaliranno le vie che portano all’alta Higienópolis2, per guadagnarsi la pagnotta nelle pulizie o come venditori. Alle cinque del mattino, uscendo di casa, non ce la fanno a fare colazione. Condividono una stessa ambizione, o speranza, che vuole sfuggire alle statistiche — il Brasile infatti è ancora uno dei paesi con la più bassa mobilità sociale3.

Intanto spendono poco per far colazione, riprendono in fretta a correre, pronti a darci dentro (pegar firme).

  1. Il protagonista della canzone ha altre due caratteristiche peculiari che potremo trovare, ma più difficilmente, nel venditore di colazioni: è analfabeta — e il tasso di analfabetismo in Brasile è di almeno tre volte inferiore oggi rispetto agli anni Settanta — e compone e suona samba — un’attività forse trasversale a diversi gruppi sociali, ma pur sempre circoscritta.
  2. Higienópolis porta questo nome perché fu costruito, soprattutto a partire della seconda metà del XIX secolo, come alternativa alle regioni basse e malsane della città
  3. Cfr. ad es. J. B. Isaacs, International comparison of economic mobility, The Brookings Institution, 2008, p. 5).

Tarubá: il processo di produzione

Abbiamo parlato qualche post fa del tarubá, una bevanda fermentata che si ottiene dalla manioca.

Come si produce? Il processo è complicato e merita una documentazione. Presentiamo qui il modo in cui la produce Maria do Socorro Oliveira, del villaggio di Escrivão, sito sulla riva del grande fiume Tapajós, nel comune di Aveiro, nell’Amazzonia Brasiliana.

Maria ci ha raccontato dettagliatamente il processo di produzione e ha acconsentito a documentarlo fotograficamente. Le fotografie sono state realizzate da Adamor Cardoso.

A mia notizia, è la prima registrazione completa del processo di produzione del tarubá.

Abbiamo anche approfondito la questione della puçanga, una polvere di cui si cosparge la pasta del tarubá prima di lasciarlo riposare. Questa polvere è ottenuta tostando e frantumando le foglie di una pianta, con la quale viene coperta la stessa pasta per il riposo. Questa pianta è detta volgarmente curumim: non esistono fonti attendibili che la identificano, ma noi riteniamo che sia la Trema micrantha (L.) Blum.

Diagramma del processo produttivo del tarubá

Diagramma del processo di produzione del tarubá

Documentazione fotografica dell’intero processo produttivo

La natura sociale dell’apicoltura

Un giorno ho visitato un apicoltore locale, che usava solo kafò… in modo così abile che il suo miele era di qualità eccelsa.

Delle testimonianze emerse nella tavola rotonda su apicoltura e cooperazione, una delle più efficaci, a mio parere è stata quella di Celso, che ha raccontato delle sue esperienze in Africa: “Appena arrivato, con il mio sapere tecnico di apicoltore, ho constatato che nessuno applicava delle tecniche moderne. Per alcuni anni abbiamo insegnato come usare l’arnia razionale. Un giorno ho visitato un apicoltore locale, che usava solo kafò (arnie tradizionali). Le usava in modo così abile che il suo miele era di qualità eccelsa. Allora ho capito che si poteva fare un ottimo miele anche con gli strumenti tradizionali” (libera trascrizione). In un semplice racconto ha racchiuso il succo del dibattito sulla cooperazione allo sviluppo: indagare, ascoltare, rispettare e valorizzare, non partendo da presupposti teorici, ma da una constatazione. Sul campo. Da esperto.

Un momento della tavola rotonda L'ape: regina della cooperazione. Parla Gianluca Pressi, direttore AVEC PVS. Piacenza, Emilia-Romagna, Italia. Ottobre 2015 (c) Conceição Peres Lopes
Un momento della tavola rotonda L’ape: regina della cooperazione. Piacenza, Emilia-Romagna, Italia. Ottobre 2015 (c) Conceição Peres Lopes

Il valore aggiunto della tavola rotonda, organizzata nel quadro dell’edizione speciale (autunnale) di Apimell da AVEC PVS è stato proprio quello di far dialogare persone per lo più esperte di apicoltura, con esperienze di cooperazione; a volte è stato difficile mantenere stretto il legame tra le due componenti — è facile infatti sconfinare nelle elucubrazioni teoriche sul significato della cooperazione e si può sempre cadere nei tecnicismi — ma laddove è successo (vedi la testimonianza citata) ha funzionato. E potrà continuare a funzionare.

Prendi il numero di specie di api senza pungilione, moltiplicalo per il numero delle stagioni nelle regioni tropicali e poi per le combinazioni possibili di pollini (20-50)! (Vit, Pot Honey)

In questo consesso sono tornato a parlare di Meliponini, le api senza pungiglione. La prima suggestione che ho voluto trasmettere è la diversità che caratterizza tutta la meliponicultura: diversità di mieli, dovuta al numerosissimo numero di specie; diversità di procedure di estrazione del miele; diversità delle forme di conservazione: refrigerazione, desumidificazione e maturazione. Dei tre, questo è quello che rispetta maggiormente le caratteristiche di un prodotto vivo e particolare.

Il secondo punto toccato sono stati alcuni dati quantitativi sulla produzione di Meliponini in Brasile, confrontati con la produzione di miele di Apis mellifera in Italia e Brasile (cfr. slide in fondo). E’ significativo sottolineare che in tutti i tre casi i dati sono di difficile reperimento e si tratta di stime.

Guardando alla meliponicoltura in un’ottica più ampia di sviluppo locale ho sottolineato la sua potenziale importanza nell’economia familiare contadina, in quanto apprezzata dalle giovani generazioni e utilizzabile come integrazione del reddito, anche grazie alla valorizzazione del prodotto sul mercato (informale). Ho però messo in luce che una maggiore specializzazione potrebbe essere il vettore di produzioni di maggiore qualità e che l’ingresso che il miele di api senza pungiglione sta facendo nel mondo gourmet è al contempo una minaccia e un’opportunità.

un’attività pratica, ma che richiede molta applicazione e pensiero

Allevamento d’api come strumento di sviluppo locale in ottica sociale solo lontano dall’Italia? No. Sempre ad Apimell ho conosciuto il bel progetto dell’associazione alessandrina Cambalache, che ha formato un gruppo di richiedenti asilo in questa professione e ha già inserito alcuni giovani in aziende apicole. “Il potere dell’apicoltura”, spiega Mara Alacqua (presidente Cambalache), “sta nell’essere un’attività pratica, ma che richiede molta applicazione e pensiero: è un lavoro che qualifica e permette ai rifugiati di distogliere il pensiero dai traumi subiti nel Paese di origine e durante il viaggio verso l’Italia” (libera trascrizione).


 

Slide presentate al Congresso