Dopo l’impeachment di Dilma Rousseff

Queste righe non vogliono essere un’analisi politica, ma le semplici riflessioni di un cittadino che osserva, un po’ da dentro e un po’ da fuori, le vicende brasiliane, sostenuto dalle analisi dei quotidiani El Pais e The New York Times.

Ho seguito la votazione sull’impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff nella Camera e nel Senato brasiliani. E’ stato uno spettacolo triste, sia per le menzogne che venivano proferite tranquillamente — prima fra tutte la relazione diretta causale tra azione del governo e crisi economica –, sia per chi le diceva: sepolcri imbiancati, come dimostrano analisi puntuali dei reati dei quali i parlamentari sono imputati 1.

Non è preciso chiamare questo processo di impeachment colpo di stato: un colpo di stato ha come tratto distintivo l’azione illecita e violenta, fuori dalle leggi. Di quello ha però l’ingiustizia e l’illegittimità. Dico illegittimità (non illegalità) perché una normale alternanza nel potere — ciò che l’ascesa del PMDB a partito-guida del governo rappresenta — non è stata raggiunta mediante gli strumenti previsti per una normale alternanza nel potere, ovvero le votazioni, ma mediante uno strumento, l’impeachment, che si applica in casi eccezionali; se ciò di cui Dilma Rousseff è accusata rientri in questi casi eccezionali o meno è argomento di fervente dibattito, ma la maggior parte degli analisti non coinvolti direttamente nella vicenda affermano che non rientri affatto. Parlo poi di ingiustizia proprio per quanto detto sopra: gli accusatori sono più colpevoli dell’accusato.

Che cosa venga dopo questo pasticciaccio brutto della prima fase dell’impeachment è difficile dirlo: alcuni sostengono che tutta la baraonda dell’impeachment sia stata messa su per insabbiare, in un secondo momento, l’operazione anti-corruzione 2; altri rilevano che la riforma politica, tanto necessaria in Brasile, sarà portata avanti dal parlamento solo se il paese diventa davvero ingovernabile 3.

Che l’instabilità politica non sia facilmente risolvibile, è probabile, non solo per lo scollamento tra la classe politica e l’opinione pubblica, ma pure per la schizofrenia di quest’ultima: si pensi che, mentre le piazze sono contese tra i manifestanti a favore e contro l’impeachment, il candidato favorito per le elezioni è ancora Lula 4

Quale ruolo avrà in questa crisi il Partido dos Trabalhadores (PT)? Dopo circa 13 anni torna all’opposizione. Il Brasile è molto cambiato in questi anni, ma anche il PT è un partito molto diverso. Certo, un profondo cambiamento era già avvenuto negli anni che vanno dalla prima candidatura di Lula (nel 1989), alla sua prima vittoria (nel 2003), ma certo maggiore è quello avvenuto negli anni di governo5. Usando un linguaggio un po’ semplice, si può dire che forse “fa bene” al PT tornare all’opposizione, ma ha ancora la spina dorsale e i muscoli per farlo veramente?

Ma il bisogno di una forte opposizione, politica e culturale, c’è eccome.

L’equipe di governo che il presidente ad interim ha fatto trapelare non promette nulla di buono, in termini di giustizia sociale 6. Più in generale, è evidente che un’agenda conservatrice sta guadagnando momentum. Un segnale tra i tanti: alla quarta posizione nelle intenzioni di voto per il prossimo presidente sta Jair Bolsonaro, già senatore più eletto di tutto il paese, tristemente famoso per le sue posizioni a favore della tortura, contro l’immigrazione e per l’estensione del porto d’armi 7.

  1. Cfr. qui per un’analisi dettagliata, soprattutto incentrata sui deputati, qui per la lista dei deputati che rispondono a processi nella giustizia, qui per la lista dei senatori nella stessa condizione
  2. Cfr. A ofensiva do Legislativo que pode ameaçar a Operação Lava Jato, El País, 12/04/2016
  3. Cfr. intervista a Alfredo Saad Filho nella trasmissione Newshour della BBC del 12/05/2016, minuto 6.48 ca.
  4. Cfr. Lula e Marina lideram corrida para 2018, Folha de São Paulo, 09/04/2016
  5. Per un’analisi interessante, benché molto “di parte”, di questo fenomeno, cfr. A esquerda precisa superar o PTCarta Capital, 06/05/2016
  6. Cfr. Presidente interino faz anúncio oficial de seus ministros El País, 12/05/2016
  7. Cfr. Conservative’s Star Rises in Brazil as Polarizing Views Tap Into Discontent, The New York Times, 08/05/2016

Alternative basate sui diritti o alternative economiche?

Questo testo è stato scritto per rispondere ad alcuni interrogativi posti dal collega Nazmul Ahsan (Senior Program Officer at ActionAid Bangladesh). Ho pensato potesse essere utile per chiarire alcune questioni in gioco nel nostro lavoro programmatico.

Un’alternativa economica può creare un’alternativa credibile basata sui diritti umani? I due aspetti sono complementari o uno si aggiunge all’altro?

In primo luogo, penso sia necessario definire i termini. Nel manuale di ActionAid People’s Action In Practice, riguardante l’approccio basato sui diritti umani (disponibile qui in inglese: http://bit.ly/1QQxCaQ) c’è solo la definizione dell’alternativa economica al femminile, che è definita come “una soluzione innovativa che intende dare risposta allo squilibrio di genere che caratterizza il sistema economico presente (sia al livello micro che macro) e che riconosce il valore del lavoro di cura non pagato”, mentre le alternative sono definite come “idee che aumentano il raggio dei nostri interventi presenti o dei nostri modelli – promettendo qualcosa di diverso per il futuro, qualcosa di positivo, qualcosa che cambia i sistemi”.

In questo quadro, dobbiamo considerare un’alternativa economica solo un cambiamento strutturale, ad es. un sistema fiscale più equo? Più avanti, nel manuale, il raggio dell’alternativa economica è un po’ ristretta; leggiamo: “Molto del nostro lavoro di promozione di alternative economiche per le donne sarà indirizzata alle giovani donne, riducendo le molteplici responsabilità di lavoro di cura che esse si sobbarcano e aiutandole a trovare nuove forme di [generazione di] reddito sostenibile”.

Possiamo pertanto dire che le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate e complementari. Sono intrecciate perché, per esempio, un sistema di imposte più giusto è sia un’alternativa economica, sia un’alternativa basata sui diritti; lo stesso si può dire per una misura universale di sostegno al reddito.

Complementari perché, per esempio, rafforzare delle piccole imprese portate avanti da chi è in situazione di povertà è un’alternativa economica (volta a superare la condizione di povertà), che, insieme ad altre alternative (come rafforzare l’occupabilità delle persone), è necessaria ma non sufficiente per superare la povertà. Per esempio, non tutti possono iniziare un’attività economica, o trovare un lavoro decente, magari per ragioni di salute, di età o per qualche tipo di discriminazione.

Al tempo stesso, le alternative basate sui diritti sono necessarie, ma anch’esse non sono sufficienti. Un reddito minimo è utile a creare una sicurezza per persone in situazione di povertà, ma non è una risposta per un giovane o un adulto che vuole un lavoro. Un altro esempio: un sistema sanitario universale è una alternativa basata sui diritti fondamentale, molto utile ad evitare che le persone cadano in povertà, ma non è sufficiente in sé per combattere la povertà delle famiglie.

L’alternativa economica incide sulle cause strutturali della povertà?

In qualche modo l’ho indicato sopra, mostrando come le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate.

E’ evidente che le micro-alternative economiche non cambiano il sistema, ma inseriscono alcune nel persone nel sistema; sono alternative in quanto cambiano – o possono cambiare – i rapporti di potere.

Posso aggiungere che, da un punto di vista empirico e storico, le due componenti si retroalimentano: le persone che migliorano la propria condizione economica, probabilmente lotteranno per i propri diritti (non solo economici), laddove i diritti civili, politici e sociali universali mettono le persone nelle condizioni di avere alternative economiche.

Quali sono gli aspetti che dobbiamo assicurare nel nostro lavoro volto a creare alternative economiche?

Penso che questa domanda sollevi una gran mole di questioni, ma cerco di rispondere con tre punti:

1) Le alternative economiche, sia nel senso ristretto, sia in quello ampio, devono essere efficaci. Se una famiglia avvia un’attività economica, deve essere sostenibile nel lungo periodo e permettere veramente alla famiglia di non essere più povera.

2) Le alternative economiche devono essere “buone” da un punto di vista ambientale e sociale. Questo punto certamente si scontra molto spesso con il primo, ma un’alternativa economica ingiusta non è, per definizione, un’alternativa.

3) Detto ciò, il “problema” delle alternative economiche (e, penso, di gran parte di ciò che succede nel regno dell’economia) è che la molti cambiamenti – non tutti, ma molti – sono positivi per alcuni e negativi per altri, almeno in termini comparativi. Questo punto deve essere tenuto a mente, benché sia impossibile fare qualcosa in questo campo cercando di risolverlo.

Spendere BENE

Spendere BENE. L’espressione eredita dall’avverbio con la quale è composta l’ambiguità di fondo1. Spendere in modo “buono, retto, giusto“, oppure in modo “conveniente, opportuno, vantaggioso“? Quando si affronta la questione nell’ambito sociale, la contraddizione esplode.

Perché ognuno ha un’idea abbastanza formata di quale sia il modo buono di spendere i soldi, anche quando non è del tutto chiaro quale sia il modo vantaggioso. Molti si fanno un’idea anche di quale sia il modo buono per gli altri di spendere i soldi e magari di quale sia il modo più vantaggioso.

I due aspetti sono distinti, ma il cortocircuito è immediato.

Prendiamo un esempio concreto, che ho incontrato più volte nei percorsi di riflessione sull’uso del denaro che ho realizzato per ActionAid (cfr. i progetti Ora facciamo i conti e Contiamo insieme): una mamma che deve decidere se usare una piccola somma (€ 170) per pagare tutto l’affitto di casa o per organizzare una piccola festicciola per la figlia che fa gli anni.

Sull’asse buono/ cattivo si confrontano due possibili scelte:

a) prima viene il dovere di pagare l’affitto (se non ci sono soldi si taglia sulle feste) CONTRO b) la gioia della figlia e la reputazione della famiglia è più della importante della rendita del proprietario (pubblico o privato che sia).

Sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso anche si confrontano due scelte:

c) se non si paga l’affitto si viene cacciati di casa (da ciò derivano molti altri problemi) CONTRO d) in una situazione economicamente incerta è importante avere una rete di amici e conoscenti (che si alimenta anche mediante le festicciole).

Come ho scritto sopra, in genere abbiamo le idee più chiare rispetto all’asse buono/ cattivo, che a quello vantaggioso/ non vantaggioso (in genere, non vale per tutti). Quindi, se non siamo la mamma in questione, ci sembra più semplice scegliere tra (a) e (b), che tra (c) e (d), oppure cerchiamo di far di tutto per accomodare (a) e (b), suggerendo che si possono invitare tutti gli amichetti della figlia al parchetto senza spendere nulla (magari puntando su un porta tecum)2.

In contesti diversi la scelta sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso può essere una scelta molto tecnica (mettere i propri soldi in azioni o in un fondo pensione può essere equivalente sull’asse buono/ cattivo, ma avere esiti molto diversi in termini di ritorno finanziario); ma nel caso in questione — e in tanti casi simili — no e poiché confrontare mele con banane è arduo, non solo è difficile scegliere tra (c) e (d), ma molti “ben-pensanti” volentieri vorranno consigliare alla mamma qual è la scelta migliore — non dovendola fare loro.


 

 

L’immagine dell’intestazione è un particolare del dipinto Vanitas di Jan Brueghel il giovane, del 1631, conservata alla Galleria Sabauda di Torino (cfr. www.galleriasabauda.beniculturali.it/catalogo/#page/222). Nella parte principale della tela la personificazione della vanità è circondata da mille cianfrusaglie ed è accompagnata da due puttini, che peraltro non si curano di lei; sullo sfondo sono invece rappresentate scene ad alto contenuto sociale: dei compagni che s’abbuffano insieme, delle scene di saltimbanchi e di feste paesane. E’ molto probabile che l’autore abbia voluto accomunare tanti oggetti inutili e queste manifestazioni futili, nella più ampia categoria del vano e del vacuo. Una lettura diversa, non fedele ma che ci fa gioco, può invece interpretare la divisione tra le due “vanità” come non piccola: in un caso le ricchezze si sono spese per acquistare oggetti preziosi e alla fine si rimane soli; nel secondo caso i soldi van spesi con altri e si sta in compagnia.

  1. Nel dizionario Treccani online, significato a. È l’avverbio corrispondente all’agg. buono, e significa perciò in modo buono, retto, giusto, o conveniente, opportuno, vantaggioso, in modo insomma da dare soddisfazione piena, cfr. www.treccani.it/vocabolario/bene1
  2. Nei percorsi Ora facciamo i conti e Contiamo insieme cerchiamo di agire molto sulla possibilità di trovare forme di consumo che raggiungano uno stesso fine, ma con spesa minore. Sono piste molto interessanti, ma non sempre questo è possibile e se qualcuno vi assicura che lo sia, bisogna stare attenti. Inoltre, per essere possibile, il cambiamento delle forme di consumo deve coinvolgere il gruppo di riferimento del singolo — sia questo gruppo reale o virtuale

Manioca nel Roero

La manioca (Manihot esculenta) non cresce nel Roero, ma per una sera ha fatto da protagonista a Pocapaglia dove un bel gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche, accolti da Konstantin e Karen, hanno potuto provare la vera farina di manioca amazzonica, il tucupi piccante e il tarubá.

Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Tutti e tre i prodotti sono tanto importanti per la culinaria amazzonica, quanto poco conosciuti fuori dai confini di questa regione — in particolare il tucupi e il tarubá.

Tucupi

Il tucupi è il liquido estratto spremendo la pasta di manioca (tipo amaro). Essendo naturalmente velenoso, viene bollito e lasciato al sole per qualche giorno per essere reso commestibile. Il succo così ottenuto, giallastro, lievemente acidulo ed aromatico, si presta bene per cuocervi carni o pesci, soprattutto se particolarmente grassi.

L’uso più comune oggi è però quello di salsa d’accompagnamento, insaporita con aglio e cipolla e resa piccante con il peperoncino malagueta (una varietà di Capsicum frutescens). Alex Atala ha detto che il tucupi (che in lingua tupi significa distillato) è per i popoli amazzonici quello che la salsa di soia è per gli asiatici.

Tarubá

Il tarubá, invece, è una bevanda, ottenuta dalla fermentazione del beiju, a sua volta ottenuto dalla manioca, con l’aggiunta di una foglia abbastanza misteriosa. In un prossimo post ne racconteremo il processo di produzione.
Tarubá = fermento di comunità: infatti, tradizionalmente, era la bevanda offerta ai partecipanti delle giornate di lavoro collettivo di reciprocità (puxirum in portoghese brasiliano). Responsabile della sua preparazione era il proprietario del terreno sul quale si lavorava quel giorno. Oggi è ancora usata, ma nelle festività è stata per lo più sostituita dalla birra, anche perché la sua produzione è parecchio laboriosa. Meriterebbe un intervento di salvaguardia e valorizzazione.
Caratteristico è il sapore acidulo e la consistenza pastosa.

La degustazione

La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Nella bella cornice di una cascina, con la regia eccellente di Karen e Konstantin, una trentina di studenti di tutti gli anni dell’Università delle Scienze Gastronomiche hanno potuto assaggiare:

  • un brodino di gallinella con tucupi;
  • un pirão (farina di manioca ammollata) con brodo di gallinella;
  • la farina di manioca con latterini fritti;
  • il tarubá.

Si è scelto così di offrire la farina nelle sue versioni opposte di uso gastronomico: secca, in accompagnamento a cibi secchi e ammollata. La scelta dei pesci è caduta su prodotti italiani, non essendo possibile “imitare” le varietà amazzoniche.

Il tucupi è stato presentato nella forma più possibilmente pura, per poterne apprezzare l’aroma e il sapore.

Il mistero della farina

A margine della degustazione, è stato spiegato il processo di preparazione della farina, del tucupi e del tarubá. Tanti si sono stupiti dell’uso della varietà amara della manioca, che richiede tanto lavoro per essere resa commestibile.

Certamente all’origine di questa “scelta” ci sono questioni materiali, ad esempio che la varietà amara tiene lontani animali che la potrebbero aggredire, oppure che rende di più nella produzione della farina.

La laboriosità del processo di produzione della farina fa però di questo prodotto il prodotto “culturale” per eccellenza dei popoli amazzonici, quello che distingue l’uomo dallo stato naturale. Significativamente la farina accompagna l’altro versante, selvaggio, del cibo, essendo consumata insieme al pesce e alla cacciagione — oggi, carne.

La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden
La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden

Lavoro di squadra vincente

I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all'ingresso dell'azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid
I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all’ingresso dell’azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid

Sì, finalmente, ce l’abbiamo fatta: il 2 febbraio scorso quattro partecipanti del progetto “Lavoro di squadra”, Adrian, Davide, Marco e Vlad hanno iniziato a lavorare in una grande azienda del torinese. Con un tirocinio di sei mesi, con grande grinta e grandi speranze. Come per tutta la storia del progetto, anche questa piccola grande vittoria viene da un lavoro di squadra: il grande assist ci è venuto da Balon Mundial, partner del progetto, che aveva una relazione consolidata nel tempo con l’azienda e l’ha messa in campo; la regia del gioco è sempre stata tenuta dalla case manager del progetto, che ha seguito ogni fase, in doppietta perfetta con la persona responsabile in azienda, attento e disponibile. Sono davvero contento e ho sentito in questi giorni più volte i ragazzi per sapere come andava. Per alcuni di loro lo scoglio maggiore sono gli spostamenti, soprattutto per il primo turno, per cui bisogna alzarsi per le cinque. Ma dentro la fabbrica ci mettono grinta e cercano di imparare.

Eppure è sbagliato, sbagliatissimo focalizzarsi su questo inserimento lavorativo. Gli esiti del progetto sono molto più grandi e non sempre facilmente tangibili: due ragazze, entrate in primavera nella squadra di danza, hanno maturato durante gli allenamenti l’idea di riprendere a studiare. Una di loro sta sudando sui banchi di un istituto tecnico serale: la strada è lunga e dura, ma è importante continuare, per avere il diploma — e un altro partner del progetto, ASAI, la sta aiutando con il servizio di doposcuola; l’altra ha tentato in autunno di entrare all’università, nella triennale di infermieristica; non ce l’ha fatta, ma riproverà. Sei giovani, oltre a quelli di cui ho parlato prima, hanno acquisito strumenti nuovi per trovare il lavoro e in un caso la ricerca ha dato buoni frutti: Dieter ha lavorato come operatore socio sanitario in una struttura tra dicembre e gennaio e ora, con questa esperienza “fresca” di lavoro, conta di poter trovare altre opportunità; Soufiane andrà a lavorare in una panetteria di un amico, con una borsa lavoro; Valentina, che per fortuna ha visto il suo contratto come cameriera diventare più stabile, dal tempo di “Dona il tuo profilo“, grazie a un’opportunità trovata da Synergie inizia un tirocinio come receptionist e addetta al back office organizzativo presso l’ente di formazione Manager srl di Torino, avvicinandosi così un po’ più ai propri sogni in termini professionali.

Detta così, sembra un po’ troppo auto-celebrativo. In effetti di difficoltà ce ne sono state: nel coinvolgere i giovani, in particolare le ragazze; nel tenerli in squadra; nell’offrire opportunità lavorative adeguate ai partecipanti. Abbiamo scoperto che i mesi di allenamento sono stati troppi, che potevamo iniziare da subito con gli “allenamenti al lavoro”, che un’alleanza più stretta con mondo della formazione professionale è fondamentale, e tanto altro.

Tutti insegnamenti che metteremo a frutto nelle nuove edizioni di Lavoro di squadra che sono partite in questi mesi: a Milano con Fondazione Milan, ad Alba (CN) con Cooperativa ORSO e il sostegno di Fondazione CRC.

Vincere – diceva Tommaso (Balon Mundial) nel settembre scorso – per loro sarà comprendere tra qualche anno che questo progetto ha insegnato loro qualcosa… se arriveranno a dicembre a trovare un lavoro o intraprendere un percorso formativo sarà molto importante, ma, dato che siamo in un mondo difficile, puoi trovare un lavoro e poi perderlo, ancora più importante è continuare e riprovarci con un metodo e con costanza; questa è la sfida che devono superare e che speriamo di poter cogliere con questi allenamenti”.

Una partita è vinta, il campionato continua.

Post apparso sul sito di ActionAid: www.actionaid.it/2015/03/lavoro-di-squadra-vincente

Sotto la soglia. Ora facciamo i conti

Aspetto la Sig.ra Maria (useremo questo nome fittizio per rispetto della sua privacy) in una sala della Biblioteca Levi, uno spazio bello e accogliente nel cuore del quartiere Barriera di Milano, all’estrema periferia di Torino. Maria, è il primo partecipante del progetto di ActionAid “Ora facciamo i conti”.

A dirla tutta sono un po’ agitato: fin da subito “la  Maria” mi stupisce per la sua energia. Temevo che il motivo dell’incontro rendesse il dialogo difficile, invece scorre, come quello di due persone che si siedono nello stesso scompartimento in treno. Parliamo di figli e di affitto, di studi e di passioni, delle difficoltà di arrivare a fine mese e di lavoro, di viaggi e di scelte da fare. Maria è una delle 950 persone che a Torino ha visto accolta la domanda per ricevere la nuova carta acquisti. Da quando ha fatto la domanda, nell’agosto del 2013, ha dovuto aspettare nove mesi per riceverla, ma dal maggio di quest’anno la sua famiglia ha un’entrata mensile aggiuntiva di poco più di 300 euro.

Maria è anche una delle 475 persone selezionate in modo casuale per partecipare a un “progetto personalizzato di presa in carico”. Questi progetti sono azioni specifiche che i Comuni devono attivare in accompagnamento alla misura, ma per le quali non sono stati stanziati fondi. Pertanto, il Comune di Torino si avvale di altri programmi in essere, gestiti dalla stessa struttura comunale, ma finanziati esternamente, come nel caso del lavoro accessorio (progetto in cui la persona riceve una piccola remunerazione per realizzare dei lavori presso associazioni); oppure cerca di incrementare l’operatività dei servizi sociali; o, infine, mette a sistema attività o progetti, realizzati da organizzazioni private, come nel nostro caso. Se la persona che riceve la nuova carta acquisti non partecipa al “progetto personalizzato”, la perde.

Maria sta quindi parlando con me per un “obbligo”; ma non lo dà a vedere. Anzi, dice che il lavoro di gruppo, che le ho brevemente presentato, sarà un’occasione per imparare cose nuove. Il lavoro di gruppo consiste in sei incontri, durante i quali i partecipanti si confronteranno sull’uso del denaro e affronteranno alcune questioni di alfabetizzazione finanziaria. Ciascun partecipante potrà poi avvalersi gratuitamente di una consulenza finanziaria e di un accompagnamento psicologico.

Maria non ha più un impiego formale e stabile da due anni e mezzo: è uscita dal mercato del lavoro per un insieme di piccoli problemi di salute e per curare i figli e non è più riuscita a entrarvi. Come lei, altre 55mila donne sono disoccupate a Torino (in totale con gli uomini si arriva a 118 mila persone, dati ISTAT per la Provincia di Torino): è un numero significativo – il tasso più alto di tutte le province metropolitane del Centro Nord – ed anche uno di quelli cresciuti di più dal 2007, il che significa che molti dei “nuovi disoccupati” non sono abituati ad esserlo.

Proprio questo elemento, ovvero l’aumento esponenziale delle persone in condizione di povertà a partire dal 2007, è alla base delle motivazioni che hanno spinto ActionAid a sostenere con forza la proposta di inserimento del REIS (Reddito di Inclusione Sociale) nella prossima Legge di Stabilità, lanciando anche una petizione online.

ActionAid, pur continuando a impegnarsi a fianco dei beneficiari della Social Card con attività di monitoraggio e di partecipazione a progetti personalizzati di presa in carico, riconosce che tale strumento sia ancora improntato a un modello fortemente categoriale e privo di una visione organica della lotta alla povertà.

Per questo motivo appoggiamo una proposta che si rivolge a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia e che unisce un mix tra diritti e doveri con una forte componente di inclusione sociale, nonché il primo vero tentativo di  mettere  a  sistema  tutte  le  politiche  di contrasto  alla  povertà  presenti  nel  nostro  Paese, troppo frammentate per essere veramente efficaci.

Questo post è stato pubblicato sulla pagina di ActionAid Italia. Cfr. www.actionaid.it/2014/11/sotto-la-soglia-ora-facciamo-i-conti.

Gli spazi dell’educazione economica

Madre e figlio fanno i conti dopo una giornata di lavoro come lavavetri. Torino 2014. Foto di Luca Fanelli
Madre e figlio fanno i conti dopo una giornata di lavoro come lavavetri. Torino 2014. Foto di Luca Fanelli

Lavorando per ActionAid in Piemonte e confrontandomi con le realtà del terzo settore, soprattutto torinesi, la difficoltà nella gestione del bilancio personale e famigliare emerge come fattore che mina la resilienza delle persone e famiglie in difficoltà. Ho quindi sempre caldeggiato un lavoro di ActionAid su questa tematica, soprattutto se è tenuta strettamente insieme a un piano di advocacy sulle politiche sociali in essere. Rimangono fuori da questo orizzonte due elementi strutturali, ovvero la domanda di lavoro e l’offerta di casa a prezzi abbordabili. Rimangono anche parzialmente defilate alcune delle cause strutturali della crescente diseguaglianza che caratterizza la società europea a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento.

Focalizziamo dunque l’attenzione sulla relazione tra difficoltà nella gestione del bilancio personale e famigliare, come fattore che mina la resilienza delle persone e famiglie in difficoltà e le politiche sociali in essere. Già in un seminario che ActionAid, nella persona di Christian Quintili, organizzò nel 2012 – dal quale, per inciso, sono scaturite alcune iniziative di educazione economica presenti sul territorio torinese – lo sforzo era quello di tenere insieme il piano della responsabilità dei decisori sull’uso delle risorse pubbliche e quella delle persone e delle famiglie, sull’uso delle risorse private. Con l’adozione della misura della nuova carta acquisti, decretata ancora dal governo Monti sul finire del 2012 e che solo in questi mesi vede finalmente la luce, è in parte possibile affrontare congiuntamente questi piani. Da un lato, quindi, stiamo monitorando l’implementazione della misura, volta, a offrire prioritariamente a persone inserite in contesti famigliari con figli minori, che hanno perso il lavoro recentemente e che hanno un ISEE di meno di € 3.000, un sussidio condizionato, che per un nucleo di 4 membri ammonta a € 331/ mese. Dall’altra, realizzeremo insieme ad alcuni beneficiari di questa misura dei percorsi di empowerment riguardanti la cittadinanza economica, l’alfabetizzazione finanziaria, il rapporto con il denaro. Si tratta del progetto “Ora facciamo i conti”, una prima fase del quale sarà realizzato grazie a un contributo della Fondazione CRT e che intendiamo ampliare e rafforzare grazie a una rosa di donors.

Ma è possibile aumentare la resilienza e aumentare il benessere delle persone e famiglie in difficoltà mediante un intervento di questo tipo? E’ scontato dire che non è facile e certamente non basta organizzare le proprie spese per “moltiplicare” le poche sostanze disponibili. Ma abbiamo qualche elemento in più? Innanzitutto è bene ricordare, per sgomberare subito il campo da considerazioni che, basandosi sull’aneddotica, vanno ad oscurare il vero – del tipo “com’è che quella persona che non ha come pagare la luce ha un iphone?” – che le famiglie povere spendono in media un terzo delle famiglie non povere (cfr. Accolla, Rovati, 2009, p. 8). Ciò detto, in termini molto sintetici, possiamo cercare di raggruppare le argomentazioni teoriche e gli studi empirici, tra quelli che fanno intendere che sostanzialmente negano che sia possibile agire sulla leva della gestione delle risorse disponibili e quelli che invece affermano che sia possibile.

Uno dei più forti argomenti che ricadono nel primo campo è quello filosofico e antropologico, secondo il quale non ci sono motivi sufficienti per pensare che le scelte economiche delle persone povere siano più inefficienti, anche nel medio-lungo periodo, rispetto alle scelte delle persone non povere; detto semplicemente da una voce autorevole, “i poveri non sono meno razionali di chiunque altro – è semmai vero il contrario” (Banerjee, Duflo, 2011, Foreword, 203); la persistenza della povertà sarebbe quindi determinata dalle condizioni di partenza, da un lato, e dalla “trappola della povertà”, dall’altra, che, tradotta in termini semplici, significa che per iniziare a risalire la china è necessario superare una boa, ma che superare questa boa è incredibilmente difficile. Nei paesi “ricchi” alcuni elementi di questa “trappola della povertà” sono la relativa maggiore difficoltà nel trovare un buon lavoro, nel proseguire gli studi, nel risparmiare per i tempi peggiori, nell’essere in buona salute, nel non avere problemi con la giustizia. La questione centrale del risparmio riguarda la sottrazione di risorse per consumi immediati, a favore di consumi procrastinati o investimenti. Secondo il concetto dell’utilità marginale, una condotta siffatta è sensata, in quanto nel momento in cui si consumano due unità di un bene nel presente, l’utilità marginale della seconda è inferiore all’utilità della stessa in un futuro in cui la possibilità di consumare sia zero; in altre parole, l’allocazione equimarginale delle risorse è la condotta più sensata. E’ però probabile che tale concettualizzazione del problema sia errata in quanto, al di sotto di una determinata soglia, il consumo di unità aggiuntive di un bene non ha un’utilità decrescente, ma crescente (può essere più piacevole una telefonata di 10 minuti con un parente lontano, piuttosto che una di 5 minuti oggi, per farne un’altra di 5 minuti tra un mese); ciò vale a maggior ragione per quei consumi con soglie ben definite, prima di raggiungere le quali ogni frazione di spesa è inutile (sul lungo periodo pagare 1/3 dell’affitto non mi garantisce di non essere sfrattato alla stessa stregua di non pagarlo). A ciò si aggiunge il fatto che le persone in condizione di povertà possono essere molto “scettici sulle opportunità e possibilità di cambiare radicamente le proprie vite” (Id, 815)

Sul versante opposto, secondo il quale è possibile fare leva sulla gestione delle risorse disponibili, un primo spunto ci viene dalla teoria, maturata nelle scienze psicologiche e cognitive, dell'”ego-depletion”, ovvero dell’esaurimento dell’ego; secondo questa linea teorica (toccata ad es. da Kahneman, 2011, ma trattata nel dettaglio, per quanto riguarda questo ambito, da Spears, 2010), il fatto di dover operare scelte di allocazione di risorse molto limitate, genera una diminuzione della capacità di controllo di sé stessi e dunque scelte non molto sensate; questo vale soprattutto per gli ambiti di consumo quotidiano, come la spesa al supermercato o le scommesse. Un’altra indicazione, molto differente, ci viene nuovamente dall’ambito sociologico e antropologico. Qui si afferma che sia possibile, anche per persone in difficoltà, operare una “riconcettualizzazione” dei propri ambiti di consumo e investimento, tale per cui, invece di agire sulla capacità di agire – come nel caso della teoria dell’”ego depletion”, si agisce sull’ambito valoriale, ovvero delle preferenze e degli obiettivi (Vargiu, 2009, pp. 76 e ssg.).

Ritengo che da questo excursus teorico si possano trarre alcune indicazioni di ordine pratico:

  • la ricerca empirica sulla gestione delle risorse da parte di persone in difficoltà è molto limitata e dunque vi sono probabilmente ampi margini di ulteriore analisi e comprensione, che consenta da un lato di dare un più efficace supporto a queste persone o famiglie e, dall’altro, a disegnare meglio le politiche;
  • è necessario sgomberare il campo da tutte le interpretazioni che attribuiscono alle persone in difficoltà, in termini generali, comportamenti irrazionali; ciò non è solo arrogante e moralmente deprecabile, ma fa battere, in termini di azione, strade “senza uscita”;
  • specularmente, gli approcci che non tengono in debito conto il contesto psicologico di ogni scelta, anche quella relativa alla gestione delle risorse economiche, e che dunque ritengono che basti informare per avere risultati, sono destinati a non avere successo;
  • tutte le diverse opzioni teoriche, gioco forza, non tengono conto delle differenze soggettive; è dunque possibile che un altro spazio “di manovra” sia dato da un lavoro che, basandosi sull’auto-aiuto e la formazione peer-to-peer, consenta a persone e famiglie, anche povere, ed anche caratterizzare da un complesso culturale e valoriale simile, ma che hanno una gestione delle risorse più orientata alla resilienza e al benessere, di altre, di aiutare queste ultime;
  • molto c’è da lavorare nei termini della costruzione di subculture, o opzioni valoriali che consentano maggiore benessere, anche a fronte di una limitata dotazione di risorse iniziali; a sostegno di questa linea d’azione va sicuramente lo sviluppo di “nuovi modelli di consumo”, che è andata crescendo negli ultimi decenni, nonché il recupero, la valorizzazione e il rafforzamento di forme di mutualismo; va invece contro questa linea l’incapacità proprio di queste opzioni culturali a farsi veramente nazional-popolari; è inoltre a mio avvio imprescindibile che, affinché non sia completamente frustrata, questa opzione deve prevedere delle concrete opportunità di miglioramento progressivo, per quanto contenuto, della dotazione di risorse (da parte di chi ne ha veramente troppo poche).

Bibliografia citata

Gisella Accolla, Giancarlo Rovati, I consumi dei poveri in quattro regioni italiane, in Laura Bovone and Carla Lunghi (a cura di), Consumi ai margini, Donzelli, Roma 2009

Abhijit V. Banerjee, Esther Duflo, Poor Economics. A radical rethinking of the way to fight global poverty, PublicAffairs 2011

Daniel Kahneman, Thinking, fast and slow, Farrar, Straus and Giroux, New York 2011

Dean Spears, Economic decision-making in poverty depletes behavioral control, «CEPS Working Paper», n. 213, 2010

Andrea Vargiu, Negoziare la marginalità attraverso il consumo di beni e servizi, in Laura Bovone and Carla Lunghi (a cura di), Consumi ai margini, Donzelli, Roma 2009

Due monete per un ballo

Due monete per un ballo. Mostra Superare se stessi di AREIAL’Associazione Internazionale Areia ha recentemente prodotto la mostra Superare se stessi. Voci migranti tra Europa e America, un’antologia di pensieri di Europei e di Latino-americani in transito tra i due continenti, dall’inizio del Novecento ad oggi. Le frasi raccolte sono state scelte all’interno delle testimonianze orali di primo e di secondo livello custodite da AREIA – Audio-archivio delle Migrazioni tra Europa e America Latina, che ha sede presso il Dipartimento di Antichità, Filosofia, Storia dell’Università degli Studi di Genova, seguendo un filo di lettura guidato da alcune parole chiave: viaggiare, lavorare, abitare, divertirsi, studiare, comprare, mangiare, tornare.

Delle storie di vita raccolte per la ricerca La scelta della terra, è stata scelta una citazione di Alfonso (pseudonimo), che racconta l’ultimo uno tra i molti spostamenti che lo portarono in pochi anni dal Paraná occidentale al Paraguay e viceversa, sempre alla ricerca di nuovi (precari) lavori, in particolare legati al taglio del legname; siamo negli anni Settanta del Novecento.

Quando sono andato in Paraguay l’ultima volta, nel 1993, io avevo appena un cambio, con un paio di pantaloni da usare nelle feste.
Allora ho lavorato come muratore, solo per mangiare, per comprarmi una camicia nuova e avanzare due monete per un ballo.
Adesso è diverso. Adesso sono magro, peso 60-61 chili, ma allora ne pesavo cinquanta, e se adesso la mia testa è così, allora era così… per il mal di testa, per le preoccupazioni, per i debiti da pagare… ho risparmiato qualcosa con i miei sacrifici.

Semi tradizionali in Brasile: contesto e iniziative dell’Istituto Socioambiental

Il contesto brasiliano è caratterizzato da una presenza massiccia e capillare di semi commerciali, fonte unica della maggior parte degli agricoltori; fanno eccezione tranne i piccoli agricoltori decapitalizzati 1, che mantengono i semi di raccolto in raccolto, acquistandone solo una piccola parte – o non acquistandone – sul mercato. Esistono però numerose iniziative volte alla promozione e al rafforzamento dell’uso di semi tradizionali (landraces) 2.

A livello normativo, i semi tradizionali sono riconosciuti dalle “legge dei semi” del 2003; in questa stessa legge e nei regolamenti attuativi essi ricevono l’esenzione dal registro delle cultivar, favorendone così l’uso; lo scambio e la commercializzazione sono autorizzati; l’ambito di commercializzazione è stato ulteriormente ampliato nell’agosto del 2012. Per contro, la “legge delle cultivar” del 1997, che garantisce la proprietà delle varietà, può essere usata contro gli stessi piccoli agricoltori che usano semi tradizionali 3. Infine, l’assenza di norme specifiche per la regolamentazione dell’accesso alla biodiversità e l’equa ripartizione dei benefici, mette a rischio la diffusione di semi tradizionali e delle informazioni ad essi associate.

L’Istituto Socioambiental opera da molti anni sul tema della biodiversità e della protezione dei saperi delle comunità tradizionali e sul tema dei sistemi di produzione tradizionale 4. In questo quadro, negli ultimi cinque anni, si sono sviluppate e consolidate due iniziative direttamente legate ai semi tradizionali:

  • una, connessa ai semi forestali, che ha portato alla strutturazione della Rede de Sementes do Xingú, in Amazzonia 5;
  • l’altra, legata direttamente ai semi di uso agricolo, nella Vale do Ribeira (stato di S. Paulo).

Questa seconda si è concretizzata nella realizzazione, a partire dal 2008, di una Fiera di scambio di semi e piantini tradizionali dei villaggi di afro-discendenti (quilombo) della Vale do Ribeira 6; la fiera è arrivata nel 2012 alla sua quinta edizione. Sono coinvolte nello scambio di semi più di 15 villaggi di contadini quilombola e quasi 100 agricoltori; nel 2009 sono erano presenti alla fiera semi di 78 specie, e quasi 200 diverse varietà riconosciute dagli agricoltori. Tale iniziativa si è ulteriormente consolidata con la partecipazione degli agricoltori della Vale do Ribeira alla I Fiera di scambio di semi tradizionali dello Stato di S. Paolo. La realizzazione delle fiere ha risollevato l’interesse dei contadini locali per la coltivazione, in particolare di prodotti alimentari; particolari sfide rappresentano localmente la sopravvivenza del sistema locale di produzione di alimenti e un miglioramento partecipativo dei semi tradizionali scambiati.

  1. Questa categoria rappresenta il 39% delle unità di produzione familiare; il valore lordo produzione di questi agricoltori rappresenta il 4% del totale della produzione, ma va considerato che in questo indicatore non rientra la produzione usata per l’auto-sussistenza o commercializzata in modo del tutto informale (cfr. Carlos Guanziroli 2001, Ademar Romeiro, Antônio Márcio Buainain, Alberto Di Sabbato, Gilson Bittencourt, Agricultura familiar e reforma agrária no século XXI, Garamond, Rio de Janeiro 2001 ).
  2. Per una selezione di esperienze, cfr. qui.
  3. La “legge dei semi” è la Lei n. 10.711 del 05/08/2003; il decreto che amplia le possibilità di commercializzazione è il Decreto n. 7.794 del 20/08/2012 (cfr. qui per una breve presentazione). La “legge delle cultivars” è la Lei n. 9.456 del 25/04/1997. Per un approfondimento sulla legislazione brasiliana, e non solo, su semi, biodiversità e equa ripartizione dei benefici e diritti degli agricoltori, cfr. Juliana Santilli, Agrobiodiversidade e direitos dos Agricultores, Peirópolis, São Paulo 2009
  4. L’Istituto Socioambiental (ISA) ha come obiettivo “difendere i beni e i diritti sociali, collettivi e diffusi relativi all’ambiente, al patrimonio culturale, ai diritti umani e dei popoli”. Per maggiori informazioni www.socioambiental.org.
  5. La Rede de Sementes do Xingú “si propone: di realizzare un processo continuativo di formazione di collettori di semi alle sorgenti del fiume Xingú, per rendere disponibili i semi della flora regionale nella quantità e con la qualità richiesta dal mercato; di formare una piattaforma di scambio e commercializzazione dei semi; di valorizzare la foresta nativa e i suoi usi culturali diversificati, creare reddito per gli agricoltori familiari e le comunità indigene e servire come canale di comunicazione e interscambio tra collettori di sementi, vivai, proprietari rurali e altri interessati” (cfr. www.sementesdoxingu.org.br).
  6. Le prime edizioni della fiera sono state realizzate nel quadro del progetto 8596/MAIS/BRA, realizzato da MAÌS e RE.TE, in partnership con l’Istituto Socioambiental, con il cofinanziamento del Ministero degli Affari Esteri Italiano.