Manioca nel Roero

La manioca (Manihot esculenta) non cresce nel Roero, ma per una sera ha fatto da protagonista a Pocapaglia dove un bel gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche, accolti da Konstantin e Karen, hanno potuto provare la vera farina di manioca amazzonica, il tucupi piccante e il tarubá.

Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Tutti e tre i prodotti sono tanto importanti per la culinaria amazzonica, quanto poco conosciuti fuori dai confini di questa regione — in particolare il tucupi e il tarubá.

Tucupi

Il tucupi è il liquido estratto spremendo la pasta di manioca (tipo amaro). Essendo naturalmente velenoso, viene bollito e lasciato al sole per qualche giorno per essere reso commestibile. Il succo così ottenuto, giallastro, lievemente acidulo ed aromatico, si presta bene per cuocervi carni o pesci, soprattutto se particolarmente grassi.

L’uso più comune oggi è però quello di salsa d’accompagnamento, insaporita con aglio e cipolla e resa piccante con il peperoncino malagueta (una varietà di Capsicum frutescens). Alex Atala ha detto che il tucupi (che in lingua tupi significa distillato) è per i popoli amazzonici quello che la salsa di soia è per gli asiatici.

Tarubá

Il tarubá, invece, è una bevanda, ottenuta dalla fermentazione del beiju, a sua volta ottenuto dalla manioca, con l’aggiunta di una foglia abbastanza misteriosa. In un prossimo post ne racconteremo il processo di produzione.
Tarubá = fermento di comunità: infatti, tradizionalmente, era la bevanda offerta ai partecipanti delle giornate di lavoro collettivo di reciprocità (puxirum in portoghese brasiliano). Responsabile della sua preparazione era il proprietario del terreno sul quale si lavorava quel giorno. Oggi è ancora usata, ma nelle festività è stata per lo più sostituita dalla birra, anche perché la sua produzione è parecchio laboriosa. Meriterebbe un intervento di salvaguardia e valorizzazione.
Caratteristico è il sapore acidulo e la consistenza pastosa.

La degustazione

La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Nella bella cornice di una cascina, con la regia eccellente di Karen e Konstantin, una trentina di studenti di tutti gli anni dell’Università delle Scienze Gastronomiche hanno potuto assaggiare:

  • un brodino di gallinella con tucupi;
  • un pirão (farina di manioca ammollata) con brodo di gallinella;
  • la farina di manioca con latterini fritti;
  • il tarubá.

Si è scelto così di offrire la farina nelle sue versioni opposte di uso gastronomico: secca, in accompagnamento a cibi secchi e ammollata. La scelta dei pesci è caduta su prodotti italiani, non essendo possibile “imitare” le varietà amazzoniche.

Il tucupi è stato presentato nella forma più possibilmente pura, per poterne apprezzare l’aroma e il sapore.

Il mistero della farina

A margine della degustazione, è stato spiegato il processo di preparazione della farina, del tucupi e del tarubá. Tanti si sono stupiti dell’uso della varietà amara della manioca, che richiede tanto lavoro per essere resa commestibile.

Certamente all’origine di questa “scelta” ci sono questioni materiali, ad esempio che la varietà amara tiene lontani animali che la potrebbero aggredire, oppure che rende di più nella produzione della farina.

La laboriosità del processo di produzione della farina fa però di questo prodotto il prodotto “culturale” per eccellenza dei popoli amazzonici, quello che distingue l’uomo dallo stato naturale. Significativamente la farina accompagna l’altro versante, selvaggio, del cibo, essendo consumata insieme al pesce e alla cacciagione — oggi, carne.

La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden
La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden

Un’auto nuova, buona nuova per l’ambiente?

Lo scandalo che sta coinvolgendo la Volkswagen, tra le altre cose, aggiunge un nuovo capitolo al dibattito tra coloro che dicono che è meglio per l’ambiente comprare una nuova auto, con emissioni più basse e quelli che sostengono che è meglio tenere quello vecchio.

I punti sono:
– nell’intera vita di un’auto, qual è la parte di inquinamento che viene dalla fabbricazione dell’auto (e dal suo smaltimento);
– quanto ore o chilometri fai con un’auto (nella sua intera vita);
– quanto la nuova auto è più efficiente di quella di prima.

Il primo punto è argomento di grandi discussioni. Uno dei migliori articoli sull’argomento, del 2006, tradotto anche da Internazionale, di Leo Hickman, citava due studi, uno che arrivava alle conclusioni che la fabbricazione rappresenta il 10% delle emissioni totali di un’auto durante il suo ciclo di vita, l’altro per il quale questo valore era del 45% (cfr. http://bit.ly/1VulfJD). Un’altra ricerca, citata qui, parla del 12%. La questione qui è che il processo di produzione è troppo complicato per essere valutato a fondo, troppe variabili sono coinvolte e così ci manca uno degli elementi cruciali per fare una scelta saggia.

Il secondo punto è solo questione di matematica: siccome l’inquinamento prodotto dalla fabbricazione e dallo smaltimento sono fissi, la loro percentuale sul totale diminuisce quanto più uso la mia auto: se le emissioni della fabbricazione ammontano al 10% per 140.000 km percorsi in tutto il ciclo di vita di un’auto, se ne faccio solo 70.000, quel valore salirà al 19% (usando i parametri della prima ricerca citata da Hickman.

Il terzo punto sembrava un punto fisso: le emissioni stanno diminuendo costantemente e stabilmente da una generazione di auto a quella successiva. Ma — e qui torniamo alla storia della VW, che però ha fatto emergere un problema ben più ampio — probabilmente questi miglioramenti avvengono solo nei laboratori, come Greg Archer, dell’organizzazione Transport and environment, chiarisce in questa intervista alla BBC: “negli ultimi 3 anni non c’è stato nessun miglioramento nell’efficienza delle auto su strada”.

Più importante ancora: quanto il miglioramento dovrebbe essere drastico per giustificare l’acquisto di una nuova auto, se quella vecchia funziona ancora? Ho provato, in modo molto semplice, a confrontare due ipotetiche persone che, in un arco di 35 anni, comprano 4 auto, in un caso e 7, in un altro, usando i dati che ho citato sopra: la differenza, alla fine, è irrilevante!

Guarda le tabelle.

|A| Açaí

Il giovane di un villaggio prepara manualmente il vinho di açaí nei pressi di un torrente (igarapé). Comune di Oriximiná, PA, Brasil. 2007. Foto di Luca Fanelli
Il giovane di un villaggio prepara manualmente il vinho di açaí nei pressi di un torrente (igarapé). Comune di Oriximiná, PA, Brasil. 2007. Foto di Luca Fanelli

Un motto di spirito che ha fatto da leitmotiv ai miei primi giorni in Amazzonia è stato “Quem vai ao Pará, parou. Tomou açaí, ficou”, che si può rendere con “Chi arriva nello Stato (brasiliano) del Pará, si ferma. (Se) beve l’açaí, resta”. Orgoglio per un prodotto locale, ma soprattutto segnale chiaro che per “essere dei nostri” si deve amare l’açaí (Euterpe oleracea).

Açaí vale per polpa estratta dal frutto dell’açaí, e il fatto non è scontato perché, a 2-3 mila km a sud, nella Foresta Atlantica, la “cugina” dell’açaí, la juçara (Euterpe edulis Martius) rischia l’estinzione perché ne è apprezzato il cuore – ogni cuore estratto, una pianta tagliata. Oramai anche in villaggi sperduti si trova una batedeira, una macchina che scortica il frutto, tondo (della dimensione di una grossa biglia di vetro), lucido e violaceo, dalla sottile polpa e ne estrae un succo denso, quasi cremoso; ben diverso dal vinho (vino), prodotto lasciando a mollo i frutti e poi sfregandoli a mano su un setaccio.

Base della dieta in alcuni periodi dell’anno, in alcune località, per alcuni, dessert per altri, difficilmente l’açaí manca da una tavola paraense, da una discussione sul futuro delle regioni rurali del Nord del Brasile, dai ricordi di chi è stato in Amazzonia. Eppure è un cibo funzionale affermato negli USA e che si sta cercando di affermare anche in Europa.

Per essere “uno di loro”, dunque, non vale più: si dovrà cambiare il detto, parlando di altre palme, come la bacaba (Oenocarpus bacaba), il cui succo, beige chiaro, ha una sfumatura di gusto leggermente diversa – ed è, questo sì, universalmente sconosciuto.


 


ABBECEDARIO AMAZZONICO: Una scelta di parole che, per personalissima scelta, ritengo particolarmente rappresentative della regione. Senza voler essere esaustivo ed enciclopedico. => Indice delle parole.

Una visita a Prainha per vedere come va la produzione di piracui

Pescador. Prainha 2015. Foto de Tamara Saré
Pescador. Prainha 2015. Foto de Tamara Saré

Dal 2008 ho cercato il modo di sostenere i produttori di piracui di Prainha (Pará, Brasile). Nello scorso agosto sono stato in Amazzonia. Così, ho deciso di visitarli. L’ultima volta che ero stato lì era nel 2010 e volevo capire che cosa fosse cambiato. Inoltre, intendevo raccogliere delle interviste video, per far parlare in prima persona i pescatori del loro duro e delicato lavoro.

Nell’organizzazione della visita mi ha aiutato l’amica Ivonete, che, con me, è responsabile del piracui nell’Arca del Gusto di Slow Food. Abbiamo composto una piccola equipe, formata da Revelino e Flodivaldo, della Colônia de Pescadores, fotografa e cara amica, Karen, che studia all’Università delle Scienze Gastronomiche e che, fra l’altro, è mia figlia.

Abbiamo raccolto molte e qualificate informazioni e delle belle testimonianze, che cercherò di presentare su questo blog o altrove.

Ero già convinto in passato, ma ora lo sono ancor di più, che è urgente che i pescatori producano meno piracui, mantenendo lo stesso guadagno. Questo significa che chi già produce un piracui di alta qualità, continuerà a farlo; gli altri dovranno aumentare la qualità. E la qualità deve essere risconosciuta. Solo l’organizzazione dei produttori e i giusti incentivi dei commercianti locali potranno generare questa trasformazione.

Questo cambiamento non è solo importante per la qualità della vita dei pescatori, ma anche per l’ambiente, visto che la super-produzione di piracui sta minacciando la fonte della produzione stessa, ovvero il pesce acari1.

Il problema non è la domanda: il piracui ha un mercato macro-regionale (Santarém, Manaus, Belém, forse Fortaleza): quasi 10 tonnellate di piracui sono esportate da Prainha ogni anno; chiunque abbia usato in cucina il piracui capisce che è una quantità eccezionale.

Ma in questo mercato non vi sono incentivi per chi produce con qualità: chi produce un buon piracui per lo più è pagato meglio dal commerciante locale, ma il suo piracui è venduto al consumatore mescolato con quello di cattiva qualità. Il consumatore locale non può scegliere tra un piracui buono e cattivo, o addirittura non sa che vi sia un buon piracui e un cattivo piracui.

Oltre a ciò, benché vi siano dei punti fermi su quali processi produttivi fanno il “buon piracui”, permangono molti dubbi, in particolare in merito alla conservazione. E’ inoltre molto importante che la questione sanitaria sia sollevata “dal basso” e non imposta dall’alto. Oggi, non esiste nessun controllo sanitario; ma, prima o tardi, arriverà e se è implementata senza tenere conto delle specificità locali, molti produttori verranno colpiti – e forse alcuni tra i migliori produttori. C’è in Brasile una discussione molto interessante riguardante l’adattamento delle regole sanitarie alla piccola produzione (cfr. questa notizia, in portoghese), ma c’è ancora molta strada da fare2.

Puoi trovare una relazione più approfondita dei risultati della visita qui.

Mi auguro veramente che qualche attore (governativo o non governativo) possa interessarsi alla questione e impegnarsi nel sostegno alle persone del posto per promuovere una produzione più sostenibile e che migliori la qualità di vita locale.

L'equipe al completo. Da sx a destra: Revelino, Ivonete, Flodivaldo, Luca, Karen e Tamara. Rio Vira Sebo. Prainha, PA, Brasil. 2015 (c) Luca Fanelli
L’equipe al completo. Da sx a destra: Revelino, Ivonete, Flodivaldo, Luca, Karen e Tamara. Rio Vira Sebo. Prainha, PA, Brasil. 2015 (c) Luca Fanelli

 

  1. Vi sono altre cause del declino, ma la pesca eccessiva è una delle principali
  2. Anche il documento di FAO e WHO Guidance to governments on the application of HACCP in smalland/or less-developed food businesses va in questa direzione.

Sistema di produzione agricolo e patrimonio culturale immateriale

Un sistema di produzione agricolo può diventare patrimonio dell’umanità? Vi sono esempi in Brasile e in Italia? Questo contribuisce alla valorizzazione dei semi tradizionali?

Nell’ultima settimana di agosto si è svolta l’VIII edizione della Feira de Sementes do Vale do Ribeira, organizzata dall’Istituto Socioambiental e dai suoi partner ad Eldorado (SP), Brasile. Di questa manifestazione, alla cui “fondazione” ho partecipato, ho già scritto qui in varie occasioni.

Conservazione dei fagioli per la semina dell'anno successivo. Villaggio Cangume, comune di , (SP), Brasil. Marzo 2009. Foto di Luca Fanelli/ ISA
Conservazione dei fagioli per la semina dell’anno successivo. Villaggio Cangume, comune di , (SP), Brasil. Marzo 2009. Foto di Luca Fanelli/ ISA
La trasformazione in patrimonio culturale immateriale del sistema di produzione agricolo dei quilombo è stato l’argomento di una delle tavole rotonde (cfr. http://bit.ly/1Kjf7fU); questo processo è molto importante ed interessante, nell’ottica della valorizzazione di un sistema di produzione che rischia di perdersi, sia per pressioni esterne (principalmente gli impedimenti legali all’uso del fuoco), sia interne.

E’ significativo che, dei 180 beni immateriali individuati nell’Inventário Cultural de Quilombos do Vale do Ribeira, il primo ad essere stato scelto per avanzare nel processo di riconoscimento, sia il sistema di produzione agricolo tradizionale.

Le implicazioni e le sfide della costruzione dell’inventario della cultura immateriale dei quilombo della Vale do Ribeira sono state oggetto del mio intervento al XXXVII Convegno internazionale di americanistica (Perugia, maggio 2015), di cui riporto qui sotto le slide.

Diritto allo studio universitario: bomba, materasso o tappeto elastico?

A qualche giorno dalla critica dell’Unione degli Universitari in merito all’impatto del nuovo ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente) sugli studenti universitari, ripubblico questo testo da me redatto alla fine degli anni 1990, quando ricoprivo la carica di rappresentante degli studenti (Università di Torino e Politecnico di Torino) nel Consiglio d’Amministrazione dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario del Piemonte. Proprio perché datato, spero che possa essere utile per confrontare ciò che è cambiato e ciò che è rimasto tal quale.


Premessa (alla prima edizione): Bomba, materasso o tappeto elastico? è stato scritto nella primavera del 1997. Da allora molto è cambiato dal punto di vista normativo: oltre all’uscita del nuovo Dpcm, si sono aggiunti il Regolamento per l’assegnazione del fondo di riparto, il Regolamento sulle tasse e i contributi universitari. Ciò detto, le posizioni espresse sono valide nella sostanza e questo documento può presentare i problemi fondamentali posti dal diritto allo studio.

  1. Introduzione
  2. Gli obbiettivi delle politiche per il diritto allo studio
  3. Il quadro normativo
  4. Un progetto per il diritto allo studio
  5. I modi della rivendicazione e conclusioni
  6. Allegati

1. Introduzione

Diritto allo studio è espressione alla quale sono attribuiti significati piuttosto diversi. Nei testi più recenti al riguardo non si trova una soddisfacente analisi di questo problema, sintomo di un certo appiattimento operativo che, in senso lato può essere uno dei multiformi aspetti del “pensiero unico” (1).

Dobbiamo perciò risalire al bel testo di Fiorella Padoa Schioppa, Scuola e classi sociali in Italia (2). L’autrice distingue due diverse interpretazioni:

1) “Un primo modo di intendere questo diritto (elaborato particolarmente a livello universitario) è quello di ‘considerarlo un caso particolare del diritto al lavoro…[in quanto] lo studente è un lavoratore e, come tale, se produce ha diritto a salario'” (3).

Continua a leggere Diritto allo studio universitario: bomba, materasso o tappeto elastico?

  1. Cfr. Ramonet, I., Il pensiero unico, Le Monde Diplomatique-il manifesto, gennaio 1995
  2. Padoa Schioppa, F., Scuola e classi sociali in Italia, il Mulino, Bologna 1974
  3. Tesi della Sapienza, il Mulino, 1967, cit. in Padoa Schioppa, F., op. cit., p. 85

Lavoro di squadra vincente

I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all'ingresso dell'azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid
I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all’ingresso dell’azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid

Sì, finalmente, ce l’abbiamo fatta: il 2 febbraio scorso quattro partecipanti del progetto “Lavoro di squadra”, Adrian, Davide, Marco e Vlad hanno iniziato a lavorare in una grande azienda del torinese. Con un tirocinio di sei mesi, con grande grinta e grandi speranze. Come per tutta la storia del progetto, anche questa piccola grande vittoria viene da un lavoro di squadra: il grande assist ci è venuto da Balon Mundial, partner del progetto, che aveva una relazione consolidata nel tempo con l’azienda e l’ha messa in campo; la regia del gioco è sempre stata tenuta dalla case manager del progetto, che ha seguito ogni fase, in doppietta perfetta con la persona responsabile in azienda, attento e disponibile. Sono davvero contento e ho sentito in questi giorni più volte i ragazzi per sapere come andava. Per alcuni di loro lo scoglio maggiore sono gli spostamenti, soprattutto per il primo turno, per cui bisogna alzarsi per le cinque. Ma dentro la fabbrica ci mettono grinta e cercano di imparare.

Eppure è sbagliato, sbagliatissimo focalizzarsi su questo inserimento lavorativo. Gli esiti del progetto sono molto più grandi e non sempre facilmente tangibili: due ragazze, entrate in primavera nella squadra di danza, hanno maturato durante gli allenamenti l’idea di riprendere a studiare. Una di loro sta sudando sui banchi di un istituto tecnico serale: la strada è lunga e dura, ma è importante continuare, per avere il diploma — e un altro partner del progetto, ASAI, la sta aiutando con il servizio di doposcuola; l’altra ha tentato in autunno di entrare all’università, nella triennale di infermieristica; non ce l’ha fatta, ma riproverà. Sei giovani, oltre a quelli di cui ho parlato prima, hanno acquisito strumenti nuovi per trovare il lavoro e in un caso la ricerca ha dato buoni frutti: Dieter ha lavorato come operatore socio sanitario in una struttura tra dicembre e gennaio e ora, con questa esperienza “fresca” di lavoro, conta di poter trovare altre opportunità; Soufiane andrà a lavorare in una panetteria di un amico, con una borsa lavoro; Valentina, che per fortuna ha visto il suo contratto come cameriera diventare più stabile, dal tempo di “Dona il tuo profilo“, grazie a un’opportunità trovata da Synergie inizia un tirocinio come receptionist e addetta al back office organizzativo presso l’ente di formazione Manager srl di Torino, avvicinandosi così un po’ più ai propri sogni in termini professionali.

Detta così, sembra un po’ troppo auto-celebrativo. In effetti di difficoltà ce ne sono state: nel coinvolgere i giovani, in particolare le ragazze; nel tenerli in squadra; nell’offrire opportunità lavorative adeguate ai partecipanti. Abbiamo scoperto che i mesi di allenamento sono stati troppi, che potevamo iniziare da subito con gli “allenamenti al lavoro”, che un’alleanza più stretta con mondo della formazione professionale è fondamentale, e tanto altro.

Tutti insegnamenti che metteremo a frutto nelle nuove edizioni di Lavoro di squadra che sono partite in questi mesi: a Milano con Fondazione Milan, ad Alba (CN) con Cooperativa ORSO e il sostegno di Fondazione CRC.

Vincere – diceva Tommaso (Balon Mundial) nel settembre scorso – per loro sarà comprendere tra qualche anno che questo progetto ha insegnato loro qualcosa… se arriveranno a dicembre a trovare un lavoro o intraprendere un percorso formativo sarà molto importante, ma, dato che siamo in un mondo difficile, puoi trovare un lavoro e poi perderlo, ancora più importante è continuare e riprovarci con un metodo e con costanza; questa è la sfida che devono superare e che speriamo di poter cogliere con questi allenamenti”.

Una partita è vinta, il campionato continua.

Post apparso sul sito di ActionAid: www.actionaid.it/2015/03/lavoro-di-squadra-vincente

Sotto la soglia. Ora facciamo i conti

Aspetto la Sig.ra Maria (useremo questo nome fittizio per rispetto della sua privacy) in una sala della Biblioteca Levi, uno spazio bello e accogliente nel cuore del quartiere Barriera di Milano, all’estrema periferia di Torino. Maria, è il primo partecipante del progetto di ActionAid “Ora facciamo i conti”.

A dirla tutta sono un po’ agitato: fin da subito “la  Maria” mi stupisce per la sua energia. Temevo che il motivo dell’incontro rendesse il dialogo difficile, invece scorre, come quello di due persone che si siedono nello stesso scompartimento in treno. Parliamo di figli e di affitto, di studi e di passioni, delle difficoltà di arrivare a fine mese e di lavoro, di viaggi e di scelte da fare. Maria è una delle 950 persone che a Torino ha visto accolta la domanda per ricevere la nuova carta acquisti. Da quando ha fatto la domanda, nell’agosto del 2013, ha dovuto aspettare nove mesi per riceverla, ma dal maggio di quest’anno la sua famiglia ha un’entrata mensile aggiuntiva di poco più di 300 euro.

Maria è anche una delle 475 persone selezionate in modo casuale per partecipare a un “progetto personalizzato di presa in carico”. Questi progetti sono azioni specifiche che i Comuni devono attivare in accompagnamento alla misura, ma per le quali non sono stati stanziati fondi. Pertanto, il Comune di Torino si avvale di altri programmi in essere, gestiti dalla stessa struttura comunale, ma finanziati esternamente, come nel caso del lavoro accessorio (progetto in cui la persona riceve una piccola remunerazione per realizzare dei lavori presso associazioni); oppure cerca di incrementare l’operatività dei servizi sociali; o, infine, mette a sistema attività o progetti, realizzati da organizzazioni private, come nel nostro caso. Se la persona che riceve la nuova carta acquisti non partecipa al “progetto personalizzato”, la perde.

Maria sta quindi parlando con me per un “obbligo”; ma non lo dà a vedere. Anzi, dice che il lavoro di gruppo, che le ho brevemente presentato, sarà un’occasione per imparare cose nuove. Il lavoro di gruppo consiste in sei incontri, durante i quali i partecipanti si confronteranno sull’uso del denaro e affronteranno alcune questioni di alfabetizzazione finanziaria. Ciascun partecipante potrà poi avvalersi gratuitamente di una consulenza finanziaria e di un accompagnamento psicologico.

Maria non ha più un impiego formale e stabile da due anni e mezzo: è uscita dal mercato del lavoro per un insieme di piccoli problemi di salute e per curare i figli e non è più riuscita a entrarvi. Come lei, altre 55mila donne sono disoccupate a Torino (in totale con gli uomini si arriva a 118 mila persone, dati ISTAT per la Provincia di Torino): è un numero significativo – il tasso più alto di tutte le province metropolitane del Centro Nord – ed anche uno di quelli cresciuti di più dal 2007, il che significa che molti dei “nuovi disoccupati” non sono abituati ad esserlo.

Proprio questo elemento, ovvero l’aumento esponenziale delle persone in condizione di povertà a partire dal 2007, è alla base delle motivazioni che hanno spinto ActionAid a sostenere con forza la proposta di inserimento del REIS (Reddito di Inclusione Sociale) nella prossima Legge di Stabilità, lanciando anche una petizione online.

ActionAid, pur continuando a impegnarsi a fianco dei beneficiari della Social Card con attività di monitoraggio e di partecipazione a progetti personalizzati di presa in carico, riconosce che tale strumento sia ancora improntato a un modello fortemente categoriale e privo di una visione organica della lotta alla povertà.

Per questo motivo appoggiamo una proposta che si rivolge a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia e che unisce un mix tra diritti e doveri con una forte componente di inclusione sociale, nonché il primo vero tentativo di  mettere  a  sistema  tutte  le  politiche  di contrasto  alla  povertà  presenti  nel  nostro  Paese, troppo frammentate per essere veramente efficaci.

Questo post è stato pubblicato sulla pagina di ActionAid Italia. Cfr. www.actionaid.it/2014/11/sotto-la-soglia-ora-facciamo-i-conti.

Gli spazi dell’educazione economica

Madre e figlio fanno i conti dopo una giornata di lavoro come lavavetri. Torino 2014. Foto di Luca Fanelli
Madre e figlio fanno i conti dopo una giornata di lavoro come lavavetri. Torino 2014. Foto di Luca Fanelli

Lavorando per ActionAid in Piemonte e confrontandomi con le realtà del terzo settore, soprattutto torinesi, la difficoltà nella gestione del bilancio personale e famigliare emerge come fattore che mina la resilienza delle persone e famiglie in difficoltà. Ho quindi sempre caldeggiato un lavoro di ActionAid su questa tematica, soprattutto se è tenuta strettamente insieme a un piano di advocacy sulle politiche sociali in essere. Rimangono fuori da questo orizzonte due elementi strutturali, ovvero la domanda di lavoro e l’offerta di casa a prezzi abbordabili. Rimangono anche parzialmente defilate alcune delle cause strutturali della crescente diseguaglianza che caratterizza la società europea a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento.

Focalizziamo dunque l’attenzione sulla relazione tra difficoltà nella gestione del bilancio personale e famigliare, come fattore che mina la resilienza delle persone e famiglie in difficoltà e le politiche sociali in essere. Già in un seminario che ActionAid, nella persona di Christian Quintili, organizzò nel 2012 – dal quale, per inciso, sono scaturite alcune iniziative di educazione economica presenti sul territorio torinese – lo sforzo era quello di tenere insieme il piano della responsabilità dei decisori sull’uso delle risorse pubbliche e quella delle persone e delle famiglie, sull’uso delle risorse private. Con l’adozione della misura della nuova carta acquisti, decretata ancora dal governo Monti sul finire del 2012 e che solo in questi mesi vede finalmente la luce, è in parte possibile affrontare congiuntamente questi piani. Da un lato, quindi, stiamo monitorando l’implementazione della misura, volta, a offrire prioritariamente a persone inserite in contesti famigliari con figli minori, che hanno perso il lavoro recentemente e che hanno un ISEE di meno di € 3.000, un sussidio condizionato, che per un nucleo di 4 membri ammonta a € 331/ mese. Dall’altra, realizzeremo insieme ad alcuni beneficiari di questa misura dei percorsi di empowerment riguardanti la cittadinanza economica, l’alfabetizzazione finanziaria, il rapporto con il denaro. Si tratta del progetto “Ora facciamo i conti”, una prima fase del quale sarà realizzato grazie a un contributo della Fondazione CRT e che intendiamo ampliare e rafforzare grazie a una rosa di donors.

Ma è possibile aumentare la resilienza e aumentare il benessere delle persone e famiglie in difficoltà mediante un intervento di questo tipo? E’ scontato dire che non è facile e certamente non basta organizzare le proprie spese per “moltiplicare” le poche sostanze disponibili. Ma abbiamo qualche elemento in più? Innanzitutto è bene ricordare, per sgomberare subito il campo da considerazioni che, basandosi sull’aneddotica, vanno ad oscurare il vero – del tipo “com’è che quella persona che non ha come pagare la luce ha un iphone?” – che le famiglie povere spendono in media un terzo delle famiglie non povere (cfr. Accolla, Rovati, 2009, p. 8). Ciò detto, in termini molto sintetici, possiamo cercare di raggruppare le argomentazioni teoriche e gli studi empirici, tra quelli che fanno intendere che sostanzialmente negano che sia possibile agire sulla leva della gestione delle risorse disponibili e quelli che invece affermano che sia possibile.

Uno dei più forti argomenti che ricadono nel primo campo è quello filosofico e antropologico, secondo il quale non ci sono motivi sufficienti per pensare che le scelte economiche delle persone povere siano più inefficienti, anche nel medio-lungo periodo, rispetto alle scelte delle persone non povere; detto semplicemente da una voce autorevole, “i poveri non sono meno razionali di chiunque altro – è semmai vero il contrario” (Banerjee, Duflo, 2011, Foreword, 203); la persistenza della povertà sarebbe quindi determinata dalle condizioni di partenza, da un lato, e dalla “trappola della povertà”, dall’altra, che, tradotta in termini semplici, significa che per iniziare a risalire la china è necessario superare una boa, ma che superare questa boa è incredibilmente difficile. Nei paesi “ricchi” alcuni elementi di questa “trappola della povertà” sono la relativa maggiore difficoltà nel trovare un buon lavoro, nel proseguire gli studi, nel risparmiare per i tempi peggiori, nell’essere in buona salute, nel non avere problemi con la giustizia. La questione centrale del risparmio riguarda la sottrazione di risorse per consumi immediati, a favore di consumi procrastinati o investimenti. Secondo il concetto dell’utilità marginale, una condotta siffatta è sensata, in quanto nel momento in cui si consumano due unità di un bene nel presente, l’utilità marginale della seconda è inferiore all’utilità della stessa in un futuro in cui la possibilità di consumare sia zero; in altre parole, l’allocazione equimarginale delle risorse è la condotta più sensata. E’ però probabile che tale concettualizzazione del problema sia errata in quanto, al di sotto di una determinata soglia, il consumo di unità aggiuntive di un bene non ha un’utilità decrescente, ma crescente (può essere più piacevole una telefonata di 10 minuti con un parente lontano, piuttosto che una di 5 minuti oggi, per farne un’altra di 5 minuti tra un mese); ciò vale a maggior ragione per quei consumi con soglie ben definite, prima di raggiungere le quali ogni frazione di spesa è inutile (sul lungo periodo pagare 1/3 dell’affitto non mi garantisce di non essere sfrattato alla stessa stregua di non pagarlo). A ciò si aggiunge il fatto che le persone in condizione di povertà possono essere molto “scettici sulle opportunità e possibilità di cambiare radicamente le proprie vite” (Id, 815)

Sul versante opposto, secondo il quale è possibile fare leva sulla gestione delle risorse disponibili, un primo spunto ci viene dalla teoria, maturata nelle scienze psicologiche e cognitive, dell'”ego-depletion”, ovvero dell’esaurimento dell’ego; secondo questa linea teorica (toccata ad es. da Kahneman, 2011, ma trattata nel dettaglio, per quanto riguarda questo ambito, da Spears, 2010), il fatto di dover operare scelte di allocazione di risorse molto limitate, genera una diminuzione della capacità di controllo di sé stessi e dunque scelte non molto sensate; questo vale soprattutto per gli ambiti di consumo quotidiano, come la spesa al supermercato o le scommesse. Un’altra indicazione, molto differente, ci viene nuovamente dall’ambito sociologico e antropologico. Qui si afferma che sia possibile, anche per persone in difficoltà, operare una “riconcettualizzazione” dei propri ambiti di consumo e investimento, tale per cui, invece di agire sulla capacità di agire – come nel caso della teoria dell’”ego depletion”, si agisce sull’ambito valoriale, ovvero delle preferenze e degli obiettivi (Vargiu, 2009, pp. 76 e ssg.).

Ritengo che da questo excursus teorico si possano trarre alcune indicazioni di ordine pratico:

  • la ricerca empirica sulla gestione delle risorse da parte di persone in difficoltà è molto limitata e dunque vi sono probabilmente ampi margini di ulteriore analisi e comprensione, che consenta da un lato di dare un più efficace supporto a queste persone o famiglie e, dall’altro, a disegnare meglio le politiche;
  • è necessario sgomberare il campo da tutte le interpretazioni che attribuiscono alle persone in difficoltà, in termini generali, comportamenti irrazionali; ciò non è solo arrogante e moralmente deprecabile, ma fa battere, in termini di azione, strade “senza uscita”;
  • specularmente, gli approcci che non tengono in debito conto il contesto psicologico di ogni scelta, anche quella relativa alla gestione delle risorse economiche, e che dunque ritengono che basti informare per avere risultati, sono destinati a non avere successo;
  • tutte le diverse opzioni teoriche, gioco forza, non tengono conto delle differenze soggettive; è dunque possibile che un altro spazio “di manovra” sia dato da un lavoro che, basandosi sull’auto-aiuto e la formazione peer-to-peer, consenta a persone e famiglie, anche povere, ed anche caratterizzare da un complesso culturale e valoriale simile, ma che hanno una gestione delle risorse più orientata alla resilienza e al benessere, di altre, di aiutare queste ultime;
  • molto c’è da lavorare nei termini della costruzione di subculture, o opzioni valoriali che consentano maggiore benessere, anche a fronte di una limitata dotazione di risorse iniziali; a sostegno di questa linea d’azione va sicuramente lo sviluppo di “nuovi modelli di consumo”, che è andata crescendo negli ultimi decenni, nonché il recupero, la valorizzazione e il rafforzamento di forme di mutualismo; va invece contro questa linea l’incapacità proprio di queste opzioni culturali a farsi veramente nazional-popolari; è inoltre a mio avvio imprescindibile che, affinché non sia completamente frustrata, questa opzione deve prevedere delle concrete opportunità di miglioramento progressivo, per quanto contenuto, della dotazione di risorse (da parte di chi ne ha veramente troppo poche).

Bibliografia citata

Gisella Accolla, Giancarlo Rovati, I consumi dei poveri in quattro regioni italiane, in Laura Bovone and Carla Lunghi (a cura di), Consumi ai margini, Donzelli, Roma 2009

Abhijit V. Banerjee, Esther Duflo, Poor Economics. A radical rethinking of the way to fight global poverty, PublicAffairs 2011

Daniel Kahneman, Thinking, fast and slow, Farrar, Straus and Giroux, New York 2011

Dean Spears, Economic decision-making in poverty depletes behavioral control, «CEPS Working Paper», n. 213, 2010

Andrea Vargiu, Negoziare la marginalità attraverso il consumo di beni e servizi, in Laura Bovone and Carla Lunghi (a cura di), Consumi ai margini, Donzelli, Roma 2009