Incendi in Amazzonia

Negli ultimi sei mesi l’attenzione dei media europei ha tornato a interessarsi dell’Amazzonia in fiamme.

Che cosa c’è di nuovo in questo?

La diffusione degli incendi non è una novità, ma quello che cambia è l’estensione dell’area che va in cenere e effettivamente negli ultimi anni la tendenza è all’aumento. Ad esempio, come spiegato nel dettaglio da questo articolo del Il Sole 24 Ore, nel 2018 la superficie bruciata è superiore a quella del 2017 dell’8,5%; si tratta di una tendenza stabile, infatti la somma delle superfici bruciate negli anni 2016-2018 è superiore a quella del triennio precedente.

Incendi? Deforestazione?

Gli incendi, tranne eccezioni, non sono finalizzati a distruggere per distruggere, ma hanno una precisa funzione legata allo sfruttamento del terreno. In piccola scala, il fuoco è una pratica colturale diffusa sin dall’antichità in America. In larga scala, è usata dalle grandi aziende agrozootecniche dopo aver abbattuto la foresta, per facilitare la preparazione del terreno. La relazione tra i due fenomeni si osserva chiaramente nel grafico in basso, dove sono mostrate le variazioni annuali nella deforestazione, nel numero di incendi e nell’area bruciata 1.

Tasso di incremento annuo del deforestamento, del numero di incendi e dell'area bruciata, del prezzo della soia e dei bovini - Anno base 2002
Tasso di incremento annuo del deforestamento, del numero di incendi e dell’area bruciata, del prezzo della soia e dei bovini – Anno base 2002 = 100

Proprietà della terra

Sebbene la materia sia dibattuta, si può dire che per il piccolo produttore l’uso del fuoco abbia un senso dal punto di vista economico 2. Avendo accesso a molta più terra di quella che può coltivare, può lasciare a riposo per molti anni una vasta area e bruciare solo parcelle con molta materia organica, che, sotto forma di cenere, diventa subito utile per le colture. La concimazione del terreno con materie prime naturali o chimiche, viceversa, può essere molto difficile per lui.

Non così per il grande produttore, per il quale converrebbe curarsi di terre già in uso, piuttosto che cercarne di nuove. Converrebbe? Sì, se dappertutto dovesse pagare la terra che usa. Ma ciò non si verifica nella cosiddetta frontiera agricola, l’ampia fascia che separa le terre già intensamente sfruttate dal punto di vista agrozootecnico e quelle che lo sono meno.

La frontiera agricola amazzonica
La frontiera agricola amazzonica. Fonte: Wikipedia

Anche l’aumento della produzione agrozootecnica degli ultimi vent’anni, trainato dalla domanda, in primis internazionale, ha causato la ricerca di terre “nuove”. Anche in questo caso, però, se non ci fossero terre da sfruttare quasi gratuitamente 3, il gioco di usare terre nuove non varrebbe la candela, sia per i costi del deforestamento, sia perché queste terre sono molto distanti dai centri di raccolta, con conseguente aumento notevole dei costi. Converrebbe piuttosto usare le stesse terre e aumentare la produttività, cosa che è accaduta in Brasile negli ultimi decenni, ma su cui ci sono ancora margini di miglioramento.

I driver

Ricapitolando: gli incendi sono legati alla deforestazione ed entrambe alla conquista di nuove terre per la produzione agrozootecnica. Quindi vuol dire che una spinta verso l’incremento della produzione agrozootecnica determina più deforestazione e più incendi.

Il grafico che abbiamo mostrato sopra, che mostra la relazione tra variazioni annuali negli incendi, nella deforestazione e nel prezzo di alcuni prodotti agrozootecnici, ci dice qualcosa di diverso: all’aumentare dei prezzi non aumentano incendi e deforestazione.

Questa tendenza è confermata anche allargando lo sguardo a un periodo più lungo (cfr. grafico sottostante, nel quale non appaiono i dati sugli incendi, rilevati solo a partire dal 2002).

Tasso di incremento annuo del deforestamento, del prezzo della soia e dei bovini - Anno base 1990
Tasso di incremento annuo del deforestamento, del prezzo della soia e dei bovini – Anno base 1990

Allora, che cosa influenza incendi e deforestazione?

L’analisi del primo grafico, dove sono riportati i presidenti che si sono succeduti e alcune azioni da questi intraprese, sembra dirci che sono soprattutto le politiche pubbliche a influenzare l’estensione dell’area deforestata e bruciata. Ciò è peraltro confermato dalla letteratura (cfr. ad esempio questo articolo accademico del 2015, in portoghese).

L’ambizioso Piano d’azione per la prevenzione e il controllo della deforestazione nell”Amazzonia amministrativa del 2004, ampio e diversificato, unito ad una nuova legge sulle foreste nel 2006, hanno dato risultati visibili. La tendenza inizia però a invertirsi nel 2012, in un panorama politico (e di politiche) profondamente mutato.

A partire da queste considerazioni, è preoccupante la totale assenza di azioni da parte dell’attuale governo: “Il Paese continua a non avere una strategia che sostituisca l’antico Piano, varato nel 2004 e messo in un cassetto dall’attuale governo”, ha dichiarato recentemente in una nota l’Instituto Socioambiental, una delle più prestigiose ONG brasiliane.

Note

  1. Rielaborazione sulla base dei seguenti dati: INPE – http://terrabrasilis.dpi.inpe.br/app/dashboard/deforestation/biomes/legal_amazon/rates; INPE – http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/aq1km/; INPE – http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/portal-static/estatisticas_paises/; FAO – http://www.fao.org/economic/est/est-commodities/meat/en/; MacroTrends – https://www.macrotrends.net/2531/soybean-prices-historical-chart-data
  2. In effetti, l’incendio controllato è una pratica colturale antichissima, che risale all’epoca precololombiana. Le finalità sono molteplici; tra queste, rendere il campo coltivabile, trasformare rapidamente la materia organica in nutrienti per le piante, distruggere i parassiti. Perfettamente adeguata quando il rapporto tra persone e terra disponibile è basso, diventa più problematica la terra inizia a scarseggiare
  3. Questo studio, ad esempio, stima che il costo della deforestazione di un ettaro, al netto delle autorizzazioni, fosse nel 2016 di R$ 2.000

Tarubá: il processo di produzione

Abbiamo parlato qualche post fa del tarubá, una bevanda fermentata che si ottiene dalla manioca.

Come si produce? Il processo è complicato e merita una documentazione. Presentiamo qui il modo in cui la produce Maria do Socorro Oliveira, del villaggio di Escrivão, sito sulla riva del grande fiume Tapajós, nel comune di Aveiro, nell’Amazzonia Brasiliana.

Maria ci ha raccontato dettagliatamente il processo di produzione e ha acconsentito a documentarlo fotograficamente. Le fotografie sono state realizzate da Adamor Cardoso.

A mia notizia, è la prima registrazione completa del processo di produzione del tarubá.

Abbiamo anche approfondito la questione della puçanga, una polvere di cui si cosparge la pasta del tarubá prima di lasciarlo riposare. Questa polvere è ottenuta tostando e frantumando le foglie di una pianta, con la quale viene coperta la stessa pasta per il riposo. Questa pianta è detta volgarmente curumim: non esistono fonti attendibili che la identificano, ma noi riteniamo che sia la Trema micrantha (L.) Blum.

Diagramma del processo produttivo del tarubá

Diagramma del processo di produzione del tarubá

Documentazione fotografica dell’intero processo produttivo

Manioca nel Roero

La manioca (Manihot esculenta) non cresce nel Roero, ma per una sera ha fatto da protagonista a Pocapaglia dove un bel gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche, accolti da Konstantin e Karen, hanno potuto provare la vera farina di manioca amazzonica, il tucupi piccante e il tarubá.

Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Tutti e tre i prodotti sono tanto importanti per la culinaria amazzonica, quanto poco conosciuti fuori dai confini di questa regione — in particolare il tucupi e il tarubá.

Tucupi

Il tucupi è il liquido estratto spremendo la pasta di manioca (tipo amaro). Essendo naturalmente velenoso, viene bollito e lasciato al sole per qualche giorno per essere reso commestibile. Il succo così ottenuto, giallastro, lievemente acidulo ed aromatico, si presta bene per cuocervi carni o pesci, soprattutto se particolarmente grassi.

L’uso più comune oggi è però quello di salsa d’accompagnamento, insaporita con aglio e cipolla e resa piccante con il peperoncino malagueta (una varietà di Capsicum frutescens). Alex Atala ha detto che il tucupi (che in lingua tupi significa distillato) è per i popoli amazzonici quello che la salsa di soia è per gli asiatici.

Tarubá

Il tarubá, invece, è una bevanda, ottenuta dalla fermentazione del beiju, a sua volta ottenuto dalla manioca, con l’aggiunta di una foglia abbastanza misteriosa. In un prossimo post ne racconteremo il processo di produzione.
Tarubá = fermento di comunità: infatti, tradizionalmente, era la bevanda offerta ai partecipanti delle giornate di lavoro collettivo di reciprocità (puxirum in portoghese brasiliano). Responsabile della sua preparazione era il proprietario del terreno sul quale si lavorava quel giorno. Oggi è ancora usata, ma nelle festività è stata per lo più sostituita dalla birra, anche perché la sua produzione è parecchio laboriosa. Meriterebbe un intervento di salvaguardia e valorizzazione.
Caratteristico è il sapore acidulo e la consistenza pastosa.

La degustazione

La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Nella bella cornice di una cascina, con la regia eccellente di Karen e Konstantin, una trentina di studenti di tutti gli anni dell’Università delle Scienze Gastronomiche hanno potuto assaggiare:

  • un brodino di gallinella con tucupi;
  • un pirão (farina di manioca ammollata) con brodo di gallinella;
  • la farina di manioca con latterini fritti;
  • il tarubá.

Si è scelto così di offrire la farina nelle sue versioni opposte di uso gastronomico: secca, in accompagnamento a cibi secchi e ammollata. La scelta dei pesci è caduta su prodotti italiani, non essendo possibile “imitare” le varietà amazzoniche.

Il tucupi è stato presentato nella forma più possibilmente pura, per poterne apprezzare l’aroma e il sapore.

Il mistero della farina

A margine della degustazione, è stato spiegato il processo di preparazione della farina, del tucupi e del tarubá. Tanti si sono stupiti dell’uso della varietà amara della manioca, che richiede tanto lavoro per essere resa commestibile.

Certamente all’origine di questa “scelta” ci sono questioni materiali, ad esempio che la varietà amara tiene lontani animali che la potrebbero aggredire, oppure che rende di più nella produzione della farina.

La laboriosità del processo di produzione della farina fa però di questo prodotto il prodotto “culturale” per eccellenza dei popoli amazzonici, quello che distingue l’uomo dallo stato naturale. Significativamente la farina accompagna l’altro versante, selvaggio, del cibo, essendo consumata insieme al pesce e alla cacciagione — oggi, carne.

La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden
La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden

|A| Açaí

Il giovane di un villaggio prepara manualmente il vinho di açaí nei pressi di un torrente (igarapé). Comune di Oriximiná, PA, Brasil. 2007. Foto di Luca Fanelli
Il giovane di un villaggio prepara manualmente il vinho di açaí nei pressi di un torrente (igarapé). Comune di Oriximiná, PA, Brasil. 2007. Foto di Luca Fanelli

Un motto di spirito che ha fatto da leitmotiv ai miei primi giorni in Amazzonia è stato “Quem vai ao Pará, parou. Tomou açaí, ficou”, che si può rendere con “Chi arriva nello Stato (brasiliano) del Pará, si ferma. (Se) beve l’açaí, resta”. Orgoglio per un prodotto locale, ma soprattutto segnale chiaro che per “essere dei nostri” si deve amare l’açaí (Euterpe oleracea).

Açaí vale per polpa estratta dal frutto dell’açaí, e il fatto non è scontato perché, a 2-3 mila km a sud, nella Foresta Atlantica, la “cugina” dell’açaí, la juçara (Euterpe edulis Martius) rischia l’estinzione perché ne è apprezzato il cuore – ogni cuore estratto, una pianta tagliata. Oramai anche in villaggi sperduti si trova una batedeira, una macchina che scortica il frutto, tondo (della dimensione di una grossa biglia di vetro), lucido e violaceo, dalla sottile polpa e ne estrae un succo denso, quasi cremoso; ben diverso dal vinho (vino), prodotto lasciando a mollo i frutti e poi sfregandoli a mano su un setaccio.

Base della dieta in alcuni periodi dell’anno, in alcune località, per alcuni, dessert per altri, difficilmente l’açaí manca da una tavola paraense, da una discussione sul futuro delle regioni rurali del Nord del Brasile, dai ricordi di chi è stato in Amazzonia. Eppure è un cibo funzionale affermato negli USA e che si sta cercando di affermare anche in Europa.

Per essere “uno di loro”, dunque, non vale più: si dovrà cambiare il detto, parlando di altre palme, come la bacaba (Oenocarpus bacaba), il cui succo, beige chiaro, ha una sfumatura di gusto leggermente diversa – ed è, questo sì, universalmente sconosciuto.


 


ABBECEDARIO AMAZZONICO: Una scelta di parole che, per personalissima scelta, ritengo particolarmente rappresentative della regione. Senza voler essere esaustivo ed enciclopedico. => Indice delle parole.

Una visita a Prainha per vedere come va la produzione di piracui

Pescador. Prainha 2015. Foto de Tamara Saré
Pescador. Prainha 2015. Foto de Tamara Saré

Dal 2008 ho cercato il modo di sostenere i produttori di piracui di Prainha (Pará, Brasile). Nello scorso agosto sono stato in Amazzonia. Così, ho deciso di visitarli. L’ultima volta che ero stato lì era nel 2010 e volevo capire che cosa fosse cambiato. Inoltre, intendevo raccogliere delle interviste video, per far parlare in prima persona i pescatori del loro duro e delicato lavoro.

Nell’organizzazione della visita mi ha aiutato l’amica Ivonete, che, con me, è responsabile del piracui nell’Arca del Gusto di Slow Food. Abbiamo composto una piccola equipe, formata da Revelino e Flodivaldo, della Colônia de Pescadores, fotografa e cara amica, Karen, che studia all’Università delle Scienze Gastronomiche e che, fra l’altro, è mia figlia.

Abbiamo raccolto molte e qualificate informazioni e delle belle testimonianze, che cercherò di presentare su questo blog o altrove.

Ero già convinto in passato, ma ora lo sono ancor di più, che è urgente che i pescatori producano meno piracui, mantenendo lo stesso guadagno. Questo significa che chi già produce un piracui di alta qualità, continuerà a farlo; gli altri dovranno aumentare la qualità. E la qualità deve essere risconosciuta. Solo l’organizzazione dei produttori e i giusti incentivi dei commercianti locali potranno generare questa trasformazione.

Questo cambiamento non è solo importante per la qualità della vita dei pescatori, ma anche per l’ambiente, visto che la super-produzione di piracui sta minacciando la fonte della produzione stessa, ovvero il pesce acari1.

Il problema non è la domanda: il piracui ha un mercato macro-regionale (Santarém, Manaus, Belém, forse Fortaleza): quasi 10 tonnellate di piracui sono esportate da Prainha ogni anno; chiunque abbia usato in cucina il piracui capisce che è una quantità eccezionale.

Ma in questo mercato non vi sono incentivi per chi produce con qualità: chi produce un buon piracui per lo più è pagato meglio dal commerciante locale, ma il suo piracui è venduto al consumatore mescolato con quello di cattiva qualità. Il consumatore locale non può scegliere tra un piracui buono e cattivo, o addirittura non sa che vi sia un buon piracui e un cattivo piracui.

Oltre a ciò, benché vi siano dei punti fermi su quali processi produttivi fanno il “buon piracui”, permangono molti dubbi, in particolare in merito alla conservazione. E’ inoltre molto importante che la questione sanitaria sia sollevata “dal basso” e non imposta dall’alto. Oggi, non esiste nessun controllo sanitario; ma, prima o tardi, arriverà e se è implementata senza tenere conto delle specificità locali, molti produttori verranno colpiti – e forse alcuni tra i migliori produttori. C’è in Brasile una discussione molto interessante riguardante l’adattamento delle regole sanitarie alla piccola produzione (cfr. questa notizia, in portoghese), ma c’è ancora molta strada da fare2.

Puoi trovare una relazione più approfondita dei risultati della visita qui.

Mi auguro veramente che qualche attore (governativo o non governativo) possa interessarsi alla questione e impegnarsi nel sostegno alle persone del posto per promuovere una produzione più sostenibile e che migliori la qualità di vita locale.

L'equipe al completo. Da sx a destra: Revelino, Ivonete, Flodivaldo, Luca, Karen e Tamara. Rio Vira Sebo. Prainha, PA, Brasil. 2015 (c) Luca Fanelli
L’equipe al completo. Da sx a destra: Revelino, Ivonete, Flodivaldo, Luca, Karen e Tamara. Rio Vira Sebo. Prainha, PA, Brasil. 2015 (c) Luca Fanelli

 

  1. Vi sono altre cause del declino, ma la pesca eccessiva è una delle principali
  2. Anche il documento di FAO e WHO Guidance to governments on the application of HACCP in smalland/or less-developed food businesses va in questa direzione.

Diversità del “campesinato” brasiliano e delle sue lotte per la cittadinanza (registrazione e traccia intervento)

Congresso Internazionale di Americanistica. Perugia. 9 maggio 2012.
Palazzo dei priori. Congresso Internazionale di Americanistica. Perugia. 9 maggio 2012. Foto di Carla Frova

Intervento presentato al XXXIV Convegno Internazionale di Americanistica, nella sessione: 19. Centralità dei margini e nuove forme di cittadinanza, coordinata dal Prof. João Pacheco de Oliveira e dal Prof. Roberto Malighetti.

Registrazione dell’intervento

Audio (20 min., italiano)

Traccia dell’intervento

Il mio contributo cerca di dare conto di una serie di trasformazioni nella relazione tra identità collettiva di gruppi abitano la campagna brasiliana, i movimenti che li rappresentano, i dispositivi legislativi che si riferiscono loro e come queste trasformazioni si inseriscono nel quadro della cittadinanza di questi gruppi nella società nazionale.

La mia attenzione si rivolge particolarmente a due gruppi particolari, ovvero i contadini storici del Baixo-Amazonas (Stato del Parà), da un lato, e i quilombola della Vale do Ribeira (Stato di S. Paulo), dall’altra, ma frequenti saranno i riferimenti agli abitanti delle campagne più in generale.

Nessuno di questi due questi gruppi, molto eterogenei al loro interno, hanno sviluppato sino agli anni Settanta del Novecento forme di auto-rappresentazioni forti. Parimenti non hanno sviluppato delle forti organizzazioni che li rappresentino.

Proprio perché tali movimenti rappresentano a tutti gli effetti dei gruppi latenti, senza strumenti di decisione interna e vincolo di rappresentanza, non focalizzeremo la nostra attenzione sull’autorappresentazione identitaria di questi gruppi, che sarà invece posta ai gruppi organizzati (Boudon, Bourricaud, 1989, Action (collective)), che in entrambe i casi sono rappresentati dai villaggi, o da gruppi di villaggi; l’autorappresentazione identitaria dei movimenti sarà quindi lasciata sullo sfondo, e usata come oggetto di confronto con quella dei gruppi. E’ evidente che esistono anche delle differenze e dei conflitti tra le autorappresentazioni dei gruppi organizzati e dei loro membri; anche a questo faremo riferimento.

La cittadinanza è intesa in questa sede come la garanzia effettiva di diritti civili, politici e sociali; la partecipazione alle istituzioni politiche; il senso di appartenenza alle comunità di contesto (cfr. Leydet, 2011).

Nota metodologica e fonti

Ricerca non accademica ma sviluppata a partire dal lavoro sul campo.

Riflessione sul rapporto tra i sogni personali e della nostra società e quelli delle persone coinvolte nei progetti di sviluppo locale e la loro società.

Le domande

Questi gruppi hanno posto in atto strategie per vedere riconosciuta la loro cittadinanza negli ultimi trent’anni? (Hanno i contadini brasiliani posto in atto delle strategie per vedere riconosciuta la loro cittadinanza negli ultimi trent’anni?)

Hanno queste strategie qualcosa di nuovo? (Queste strategie sono cambiate nel corso degli anni?)

Due precedenti: 1. Rivendicazione della riforma agraria come giustizia distributiva, successo del concetto di sem terra

Brasile

Baixo-Amazonas

Vale do Ribeira

Prima del 1980

Creazione dei sindacati in Acre

Creazione della FLONA Tapajós

1980-1984

– Conquista del STR di Santarém (Leroy, 1989)

– Lavoro di base della CPT (Santos, Tatto, 2008, p. 10)

1985-1989

– MST, congresso di Curitiba

– 1° incontro nazionale dei seringueiros

– Lavoro di base della CPT

1990-1994

– Creazione dell’EAACONE e del MOAB

1995-1999

– Frechal reserva quilombola

– Resex Tapajos-Arapiuns

– Primi riconoscimenti di terre di quilombo
– Inizio delle attività dell’Istituto Socioambiental (ISA)

2000-2004

– Consiglio FLONA Tapajós

– Primi atti amministrativi limiti terre

2005-2009

– Rafforzamento dell’intervento dell’ISA

2010-2012

– Primo titolo definitivo

Nel decennio della democratizzazione e in quello successivo, a livello brasiliano, la principale forma di rivendicazione della cittadinanza è stata quella che va sotto la bandiera della riforma agraria. Questa rivendicazione è stata portata avanti da soggetti molto diversi, a livello locale, statale e nazionale. A livello nazionale i soggetti più significativi che si sono fatti promotori di questa rivendicazioni, in modi molto diversi e spesso contrapposti sono stati il movimento sindacale e il Movimento Sem Terra (MST).

Questo di fatto ripropone in chiave nuova ma in termini molto simili alla contrapposizione tematizzata dalla teologia della liberazione tra oppresso e oppressore, categorie ovviamente ideali.

Due precedenti: 2. Questione agraria oltre la riforma agraria: la tortuosa storia dell’identità contadina

Se il Movimento Sem Terra si concentrava sin da subito sulla dimensione dell’accesso alla risorsa per eccellenza, la terra, come elemento di cittadinanza, i sindacati dei lavoratori della terra diversificavano molto di più la loro richiesta, indirizzandola soprattutto nei termini di benefici; il legame più pratico e meno ideologico tra leader sindacali nazionali e leader locali, e tra questi e il gruppo latente da questi rappresentato, ha fatto sì che anche le auto-rappresentazioni identitarie siano state meno rilevanti e meno efficaci.

Ciò nonostante, in un ambito più tecnico che di movimento sociale, sorge il termine agricoltura familiare, che verrà ad assumere nel corso degli anni una forza crescente, sussumendo, a suon di politiche pubbliche, tutte le società che vivono il rurale.

Contemporaneamente a questi processi, negli anni Ottanta e Novanta del Novecento vanno sviluppandosi rivendicazioni differenti, fondate su categorie di auto-rappresentazione differenti. I due gruppi di cui qui trattiamo interpretano bene due di questi casi.

I fattori creativi: 1. sviluppo e modo di appropriazione delle risorse naturali

Nel caso del Baixo-Amazonas iniziano a svilupparsi movimenti che rivendicano allo stesso tempo la garanzia dell’accesso alle risorse naturali e l’accesso a beni e servizi. Come nel caso dell’Acre, dove questo tipo di movimenti hanno inizio, tre fattori ne favoriscono la nascita:

a) la conquista dei sindacati dei lavoratori della terra da parte di componenti più combattive – fenomeno che caratterizza tutto il Brasile negli anni appena anteriori e appena posteriori alla democratizzazione

b) la scia della forte pressione imposta alle popolazioni amazzoniche da parte dei progetti di colonizzazione intrapresi dalla dittatura militare

c) l’affermarsi di un modello preservazionista per quanto riguarda le risorse naturali, con la creazione dei parchi

I contadini amazzonici si riappropriano del modello preservazionista imposto dall’esterno, che viene trasformato in uno strumento di rivendicazione di diritti.

Essi propongono un nuovo «patto» alla società nazionale, in cui, in cambio della garanzia della terra, «offrono» la conservazione delle risorse naturali.

I fattori creativi 2. la giustizia riparatrice

Lo spartiacque è il dispositivo che istituisce i quilombo nella costituzione del 1988.

Nel momento in cui entra nella Costituzione, nemmeno i costituenti hanno ben chiaro di che cosa si tratta: in quel momento ci si riferisce soprattutto all’eredità dei quilombo storici, laddove invece, in breve tempo, verrà alla luce la realtà ampia e multiforme dei quilombo contemporanei.

Attraverso la risemantizzazione e la produzione del concetto di quilombo, il richiamo alla tradizione e a un’identità di gruppo, si trasforma in uno strumento forte di rivendicazione di uno spazio nella società.

Nel caso della Vale do Ribeira questo processo impiega un tempo più lungo che in altre parti del paese: il lavoro di sensibilizzazione, portato avanti da soggetti esterni, inizia negli anni Novanta, e i primi riconoscimenti risalgono agli anni in cui Frechal diventa resex quilombola.

I fattori di crisi: uno sguardo più ampio

L’affermarsi di queste nuove dimensioni di rivendicazione della cittadinanza si accompagnano a una crisi delle altre strategie.

I motivi:

a) La progressiva distinzione concettuale (e politica) della questione agraria, dalla questione dello sviluppo economico.

b) La debolezza dei grandi mediatori – MST, CPT – che, malgré tout, non riescono a sussumere nella categoria sem terra – uno spettro più ampio di soggetti sociali locali.

Ma ciò che vogliamo sottolineare ora è soprattutto l’inefficacia di queste dimensioni di rendere conto di dimensioni non riducibili, ovvero il rapporto che i soggetti hanno con i territori d’origine, con i territori e la dimensione geografica, ovvero dove le persone si trovano. Elementi che, fra l’altro, tornano all’ordine del giorno quando si creano gli insediamenti stessi. Tutto questo a fronte invece di una contrapposizione oppressi – oppressori molto più generale di queste.

Secondo Almeida (Almeida, 2008) le nuove identità collettive si sovrappongono a quella sindacale senza rottura, mentre a mio parere questa rottura c’è: l’adesione al sindacato rimane strumentale, mentre le rivendicazioni si concentrano sull’aspetto più identitario, relativo al particolare rapporto con le risorse naturali o a un particolare legame con un passato storico.

Insomma la riproposizione dell’accesso alla terra di pone proprio facendo appello ad elementi che nella concezione più generalista non erano considerati, e passando da un concetto generico di giustizia sociale, a concetti radicati in dimensioni meno laiche e più viscerali, quali le radici nella terra, il diritto originario alla terra, un modo di vita culturalmente diverso – pur se inseriti, ad altro livello, nel quadro dei diritti umani. Questo si inserisce in una più ampia e profonda crisi di modelli universalistici di cittadinanza, a favore di modelli differenzialisti (Leydet, 2011, §2), sebbene le diseguaglianze, per quanto invocate come «naturali» – proprio in risposta a questo nuovo quadro ideologico – vengono subitamente depurate di questo elemento e convertite in diseguaglianze sociali[1].

Conclusioni

1) Sia i contadini storici amazzonici, sia i quilombo hanno messo in atto negli ultimi trent’anni delle strategie per accedere ai diritti civili, politici e sociali, rivendicando un ruolo nelle società di contesto

a) per il particolare rapporto con le risorse naturali, più rispettoso e quindi utile o a controbilanciare l’uso indiscriminato o a proporre un diverso modello di sviluppo e/o

b) per un debito storico che la società stessa ha nei loro confronti.

2) Queste strategie sono state a diverso titolo interpretate sia a livello di gruppi latenti, sia a livello di gruppi organizzati (villaggi), sia infine di strategie famigliari e individuali, sebbene in costante conflitto tra una dimensione di auto-rappresentazione esterna e una di auto-rappresentazione e pratica interna.

3) Queste strategie rappresentano una reale novità, in quanto spostano l’accento da una giustizia sociale basata sulle risorse a dimensioni più innervate con l’identità.

4) Proprio anche per questo motivo, il senso di appartenenza alla comunità di contesto, invece di darsi per via di assimilazione, si dà per via di identificazione, proponendo quindi alla società nazionale di accettare una diversità, della quale essi sono componenti. Ciò sembra in qualche modo proporre una strada, seppur precaria e provvisoria, al superamento dell’aporia costituita dalla contrapposizione etimologica tra la cittadinanza e l’essere contadino, ovvero non-cittadino.

Bibliografia

Alfredo Wagner B. de Almeida, Terra de quilombo, terras indígenas, “babaçuais livre”, “castanhais do povo”, faixinais e fundos de pasto: terras tradicionalmente ocupadas, PGSCA – UFAM, Manaus 2008

Raymond Boudon, François Bourricaud, A critical dictionary of sociology, Routledge, 1989 [1986]

Alessandro Cavalli, Classe, in Norberto Bobbio, Nicola Matteucci and Gianfranco Pasquino (a cura di), Dicionário de política, Universidade de Brasília, Brasília 199811 [1983]

Jean-Pierre Leroy, Uma chama na Amazônia. Campesinato, consciência de classe e educação. O Movimento Sindical dos Trabalhadores Rurais de Santarém (1974-85), Tesi (FGV), 1989

Dominique Leydet, Citizenship, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Aug. 1, 2011, Indirizzo: http://plato.stanford.edu/, consultato il: 31/03/2012

Katia M. Pacheco dos Santos, Nilto Tatto, Agenda Socioambiental de Comunidades Quilombolas do Vale do Ribeira, Instituto Socioambiental, São Paulo 2008

Note

[1] Todos “estão de acordo em pensar que as classes sociais são uma conseqüência das desigualdades existentes na sociedade. Isto já permite uma rigorosa delimitação dos fenômenos que entram nos limites da aplicação do conceito de Classe, uma vez que: 1) torna possível excluir tudo o que entra na categoria das desigualdades naturais; 2) faz referência apenas às desigualdades que não são casuais e se revelam de modo sistemático e estruturado. Isso não impede, porém, que haja desigualdades naturais que adquirem relevância na sociedade e se convertem, por isso, em desigualdades sociais” (Alessandro Cavalli, Classe, in Norberto Bobbio, Nicola Matteucci and Gianfranco Pasquino (a cura di), Dicionário de política, Universidade de Brasília, Brasília 199811 [1983], p. 169-170, corsivo mio).

Il delizioso miele delle api senza pungiglione

Apparso sul sito dell’Associazione Piemontesi nel Mondo – Sezione di S. Paulo.

Non c’è gioia senza affanno, non c’è rosa senza spine, ma ci sono delle api senza pungiglione? Nell’America Latina, sì. Queste api, chiamate da alcuni “native”, da altri, semplicemente “senza pungiglione”, non appartengono, come nel caso dell’ape a noi nota (Apis mellifera), ad una sola specie, bensì a centinaia di specie differenti, riunite in una stessa “tribù”, Meliponini. Questo tipo di api, oltre che nell’America Latina, si trovano in Australia, nel Sudest asiatico e nell’America meridionale.

Solo alcune specie appartenenti alla “tribù” Meliponini produce miele, ma la loro importanza per la conservazione degli ecosistemi naturali è grande, in quanto questi insetti impollinano un numero elevatissimo di piante dei climi tropicali e sub-tropicali; a volte esiste una relazione strettissima tra una specifica pianta e la sua ape impollinatrice, cosicché la sopravvivenza di una dipende dalla sopravvivenza dell’altra.

Nel Brasile le cosiddette api europee (Apis mellifera), che producono il miele più conosciuto, sono state introdotte sin dai primi anni dell’invasione europea. Negli anni Settanta una sotto-specie dell’Apis millifera, detta africana ( Apis mellifera scutellata), è stata portata in Brasile per migliorare la specie europea qui presente; in seguito ad una ancora non chiarita “fuga” di api regina, l’ape africana ha iniziato rapidissimamente a diffondersi in Brasile. Non vi è ancora accordo tra gli scienziati quanto all’impatto dell’introduzione di queste specie di fuori sulle api senza pungiglione: alcuni sostengono che le due api, traendo il proprio nutrimento dagli stessi fiori, siano in competizione, e che l’ape col pungiglione, più aggressiva, abbia la meglio su quella nativa; altri sostengono che la fonte di nutrimento è differente e pertanto che possano coesistere.

Il miele delle api senza pungiglione ha delle caratteristiche fisiche, microbiologiche ed organolettiche molto differenti dal miele delle api con il pungiglione. Ciò che maggiormente lo caratterizza è la grande diversità: non solo, infatti, come nel caso nel miele di Apis, il gusto è influenzato dai fiori, ma pure dalle diverse specie di api. Esistono in Brasile molti produttori di miele d’api senza pungiglione, soprattutto nel Nord e nel Nordest; tali prodotti sono spesso ancora poco noti, ma coinvolgono già un considerevole numero di produttori e di organizzazioni.

Per esempio, nel Baixo-Amazonas, stato del Pará, sito a metà strada tra le capitali Belém e Manaus, ci sono già più di 400 agricoltori che producono questo miele. Tra questi, segnaliamo in particolare il miele Tamuá, del comune di Prainha e il miele Coramaz, dei villaggi di Coroca, Anã e di altri villaggi della Resex Tapajós-Arapiuns. Questi mieli sono soprattutto frutto delle api Canudo (Scaptotrigona Sp.3) e Jandaira (Melipona compressipis). Il loro aroma è particolarissimo: fiorale, fruttato e sempre lievemente acidulo. Più che essere usati come il miele comune, su una fetta di pane, questi mieli sono da apprezzare puri, o come bevanda, o, ancora, per dare un tocco speciale ad altri alimenti, come il gelato.

In virtù della grande varietà di mieli di api senza pungiglione, si sono iniziate ad organizzare delle sessioni di degustazione di mieli di api senza pungiglione africane, così come già accade per il miele di Apis. Recentemente, ne è stata realizzata una durante la II edizione di Terra Madre Brasil, nel marzo del 2010, coordinata da Jerônimo Villas-Boas.

Gusto delizioso, conservazione della biodiversità e possibilità generare reddito per piccoli produttori: il miele di api senza pungiglione riunisce in sé tutti questi atout. Ora è solo necessario provarlo!