Ruoli, identità e partecipazione

Ringrazio molto dell’invito a questo vostro Congresso che mi permette innanzitutto di conoscere dal di dentro una organizzazione che ha stretto una partnership strategica con ActionAid. Leggendo i documenti congressuali, trovo nella vostra organizzazione una visione articolata, che si esprime in modo qualificato su un ampio spettro di problemi. In secondo luogo sono felice di essere qui perché mi auguro che questo momento possa essere l’inizio di una collaborazione a livello locale tra le due organizzazioni.

Il mio intervento si focalizza su quattro questioni specifiche che si trovano alla confluenza tra l’operare della vostra organizzazione e della mia.

Prima riflessione: in molti contesti è sempre più sfumato il confine tra chi aiuta e chi è aiutato; ciò dipende in particolare dall’allargarsi della fascia di povertà e dalla strutturazione dei redditi in relazione alle professioni. Questo dato di fatto può a mio avviso essere essere la molla per una nuova stagione di attivazione in cui gruppi di persone con capitale economico equiparabile, ma capitale sociale e culturale differenziato, possano allearsi per rivendicazioni comuni. Un processo di questo tipo richiede una forte operazione in termini culturali volta a creare di nuove identità collettive, anche mediante la chiarificazione di parole chiave e incentivi che possano appunto aggregare gruppi sociali differenziati.

Gruppo che discute di un intervento calato dall'altoSeconda riflessione: Cittadinanza Attiva ha un’esperienza decennale nel monitoraggio delle politiche socio-sanitarie. Credo che sia quanto mai necessario un impegno nel monitoraggio dal basso delle politiche di assistenza già presenti nel nostro paese e quelle che saranno a breve introdotte (sostegno all’inclusione attiva – SIA per il 2016/17 e sua evoluzione negli anni successivi). La SIA si propone oggi come “spina dorsale” intorno alla quale far ruotare tutti gli interventi di contrasto alla povertà ed è pertanto ancora più importante che i beneficiari di questa misura possano contribuire con la loro voce a renderla più efficace. La partecipazione dei beneficiari alla valutazione delle misure che li riguardano è ad esempio una prassi consolidata in Francia 1. A mio avviso c’è una specie di barriera mentale nel pensare che le persone che ricevono un sussidio possano valutare la politica che lo prevede; questa barriera deriva da un giudizio morale, secondo il quale chi è aiutato non è autorizzato a esprimere un parere sull’aiuto ricevuto. Tra tutti i servizi pubblici, quelli più resistenti all’idea di valutazione dal basso sono quindi quelli indirizzati alle persone in situazione di difficoltà economica. Questo concetto, però, oltre ad essere discutibile — il sussidio non è un aiuto caritatevole, ma è una giusta misura per garantire a tutti una vita dignitosa — è anche pernicioso, in quanto la condizione di povertà implica una serie di meccanismi cognitivi che le persone che non la sperimentano hanno difficoltà a comprendere 2.

Terza riflessione: Nel vostro documento CittadinanzAttiva e comunità locali scrivete: “Le politiche di contenimento della spesa trattano le comunità come puri ‘centri di costo’ e trascurano o, addirittura, ostacolano le miriadi di esperienze che dimostrano la capacità di cittadini di produrre autonomamente risorse preziose (e non sostituibili) per il miglioramento dei servizi e per la salvaguardua del territorio”. Condivido pienamente questa affermazione ed essa è il cuore di un progetto che stiamo portando avanti insieme a più di 15 enti gestori delle funzioni socio-assistenziali dell’area della Città Metropolitana di Torino 3. In questo progetto stiamo costruendo insieme ai direttori, alle assistenti sociali e alle operatrici degli enti gestori delle possibili nuove pratiche di intervento che prevedano, in un’ottica di welfare generativo, la restituzione e rigenerazione di risorse, nel quadro della collaborazione tra enti gestori e beneficiari dei servizi di questi.

Quarta riflessione: nelle #pistedilavoro vi proponete di operare per il riconoscimento di nuovi diritti. A questo proposito vorrei portare qui una delle lezioni apprese nel corso del nostro lavoro pluriennale in percorsi di riflessione sull’uso del denaro con persone in situazione di difficoltà economica (una “nostra” versione di educazione finanziaria): oggi è sempre più importante ragionare sui diritti concernenti le scelte economiche delle persone. I cittadini hanno diritto di fare “buone” scelte in campo economico e devono essere messi nelle condizioni per farlo. In questo senso si deve trovare un giusto bilanciamento tra azioni di empowerment e formazione delle persone e un’attività normativa e regolatoria che, nell’alveo di quello che nel linguaggio anglosassone si chiama liberal paternalism, possa garantire che l’opzione di default, la scelta che non è scelta, sia comunque favorevole e non pregiudiziale per il cittadino.

Questo testo è una versione rivista del mio intervento al Congresso di CittadinanzAttiva del 9 aprile 2016. Sono stato invitato ad esprimere un punto di vista sui documenti congressuali in quanto rappresentante di un’associazione “amica” di CittadinanzAttiva, ActionAid.

  1. Cfr. la guida Participation des personnes bénéficiaires du revenu de solidarité active au dispositif.
  2. Cfr. in questo senso le illuminanti ricerche di Sendhil Mullainathan ed è interessante leggere la descrizione del progetto Poor for the poor a p. 13 del report The contribution of meaningful Social Innovation to reducing poverty and social exclusion in Europe dell’European Anti-Poverty Network.
  3. Il progetto ha come capofila il Consorzio IN.RETE di Ivrea ed è finanziato dalla Città Metropolitana di Torino; lo realizziamo in partnership con l’associazione Art. 47.

Dopo l’impeachment di Dilma Rousseff

Queste righe non vogliono essere un’analisi politica, ma le semplici riflessioni di un cittadino che osserva, un po’ da dentro e un po’ da fuori, le vicende brasiliane, sostenuto dalle analisi dei quotidiani El Pais e The New York Times.

Ho seguito la votazione sull’impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff nella Camera e nel Senato brasiliani. E’ stato uno spettacolo triste, sia per le menzogne che venivano proferite tranquillamente — prima fra tutte la relazione diretta causale tra azione del governo e crisi economica –, sia per chi le diceva: sepolcri imbiancati, come dimostrano analisi puntuali dei reati dei quali i parlamentari sono imputati 1.

Non è preciso chiamare questo processo di impeachment colpo di stato: un colpo di stato ha come tratto distintivo l’azione illecita e violenta, fuori dalle leggi. Di quello ha però l’ingiustizia e l’illegittimità. Dico illegittimità (non illegalità) perché una normale alternanza nel potere — ciò che l’ascesa del PMDB a partito-guida del governo rappresenta — non è stata raggiunta mediante gli strumenti previsti per una normale alternanza nel potere, ovvero le votazioni, ma mediante uno strumento, l’impeachment, che si applica in casi eccezionali; se ciò di cui Dilma Rousseff è accusata rientri in questi casi eccezionali o meno è argomento di fervente dibattito, ma la maggior parte degli analisti non coinvolti direttamente nella vicenda affermano che non rientri affatto. Parlo poi di ingiustizia proprio per quanto detto sopra: gli accusatori sono più colpevoli dell’accusato.

Che cosa venga dopo questo pasticciaccio brutto della prima fase dell’impeachment è difficile dirlo: alcuni sostengono che tutta la baraonda dell’impeachment sia stata messa su per insabbiare, in un secondo momento, l’operazione anti-corruzione 2; altri rilevano che la riforma politica, tanto necessaria in Brasile, sarà portata avanti dal parlamento solo se il paese diventa davvero ingovernabile 3.

Che l’instabilità politica non sia facilmente risolvibile, è probabile, non solo per lo scollamento tra la classe politica e l’opinione pubblica, ma pure per la schizofrenia di quest’ultima: si pensi che, mentre le piazze sono contese tra i manifestanti a favore e contro l’impeachment, il candidato favorito per le elezioni è ancora Lula 4

Quale ruolo avrà in questa crisi il Partido dos Trabalhadores (PT)? Dopo circa 13 anni torna all’opposizione. Il Brasile è molto cambiato in questi anni, ma anche il PT è un partito molto diverso. Certo, un profondo cambiamento era già avvenuto negli anni che vanno dalla prima candidatura di Lula (nel 1989), alla sua prima vittoria (nel 2003), ma certo maggiore è quello avvenuto negli anni di governo5. Usando un linguaggio un po’ semplice, si può dire che forse “fa bene” al PT tornare all’opposizione, ma ha ancora la spina dorsale e i muscoli per farlo veramente?

Ma il bisogno di una forte opposizione, politica e culturale, c’è eccome.

L’equipe di governo che il presidente ad interim ha fatto trapelare non promette nulla di buono, in termini di giustizia sociale 6. Più in generale, è evidente che un’agenda conservatrice sta guadagnando momentum. Un segnale tra i tanti: alla quarta posizione nelle intenzioni di voto per il prossimo presidente sta Jair Bolsonaro, già senatore più eletto di tutto il paese, tristemente famoso per le sue posizioni a favore della tortura, contro l’immigrazione e per l’estensione del porto d’armi 7.

  1. Cfr. qui per un’analisi dettagliata, soprattutto incentrata sui deputati, qui per la lista dei deputati che rispondono a processi nella giustizia, qui per la lista dei senatori nella stessa condizione
  2. Cfr. A ofensiva do Legislativo que pode ameaçar a Operação Lava Jato, El País, 12/04/2016
  3. Cfr. intervista a Alfredo Saad Filho nella trasmissione Newshour della BBC del 12/05/2016, minuto 6.48 ca.
  4. Cfr. Lula e Marina lideram corrida para 2018, Folha de São Paulo, 09/04/2016
  5. Per un’analisi interessante, benché molto “di parte”, di questo fenomeno, cfr. A esquerda precisa superar o PTCarta Capital, 06/05/2016
  6. Cfr. Presidente interino faz anúncio oficial de seus ministros El País, 12/05/2016
  7. Cfr. Conservative’s Star Rises in Brazil as Polarizing Views Tap Into Discontent, The New York Times, 08/05/2016

Alternative basate sui diritti o alternative economiche?

Questo testo è stato scritto per rispondere ad alcuni interrogativi posti dal collega Nazmul Ahsan (Senior Program Officer at ActionAid Bangladesh). Ho pensato potesse essere utile per chiarire alcune questioni in gioco nel nostro lavoro programmatico.

Un’alternativa economica può creare un’alternativa credibile basata sui diritti umani? I due aspetti sono complementari o uno si aggiunge all’altro?

In primo luogo, penso sia necessario definire i termini. Nel manuale di ActionAid People’s Action In Practice, riguardante l’approccio basato sui diritti umani (disponibile qui in inglese: http://bit.ly/1QQxCaQ) c’è solo la definizione dell’alternativa economica al femminile, che è definita come “una soluzione innovativa che intende dare risposta allo squilibrio di genere che caratterizza il sistema economico presente (sia al livello micro che macro) e che riconosce il valore del lavoro di cura non pagato”, mentre le alternative sono definite come “idee che aumentano il raggio dei nostri interventi presenti o dei nostri modelli – promettendo qualcosa di diverso per il futuro, qualcosa di positivo, qualcosa che cambia i sistemi”.

In questo quadro, dobbiamo considerare un’alternativa economica solo un cambiamento strutturale, ad es. un sistema fiscale più equo? Più avanti, nel manuale, il raggio dell’alternativa economica è un po’ ristretta; leggiamo: “Molto del nostro lavoro di promozione di alternative economiche per le donne sarà indirizzata alle giovani donne, riducendo le molteplici responsabilità di lavoro di cura che esse si sobbarcano e aiutandole a trovare nuove forme di [generazione di] reddito sostenibile”.

Possiamo pertanto dire che le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate e complementari. Sono intrecciate perché, per esempio, un sistema di imposte più giusto è sia un’alternativa economica, sia un’alternativa basata sui diritti; lo stesso si può dire per una misura universale di sostegno al reddito.

Complementari perché, per esempio, rafforzare delle piccole imprese portate avanti da chi è in situazione di povertà è un’alternativa economica (volta a superare la condizione di povertà), che, insieme ad altre alternative (come rafforzare l’occupabilità delle persone), è necessaria ma non sufficiente per superare la povertà. Per esempio, non tutti possono iniziare un’attività economica, o trovare un lavoro decente, magari per ragioni di salute, di età o per qualche tipo di discriminazione.

Al tempo stesso, le alternative basate sui diritti sono necessarie, ma anch’esse non sono sufficienti. Un reddito minimo è utile a creare una sicurezza per persone in situazione di povertà, ma non è una risposta per un giovane o un adulto che vuole un lavoro. Un altro esempio: un sistema sanitario universale è una alternativa basata sui diritti fondamentale, molto utile ad evitare che le persone cadano in povertà, ma non è sufficiente in sé per combattere la povertà delle famiglie.

L’alternativa economica incide sulle cause strutturali della povertà?

In qualche modo l’ho indicato sopra, mostrando come le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate.

E’ evidente che le micro-alternative economiche non cambiano il sistema, ma inseriscono alcune nel persone nel sistema; sono alternative in quanto cambiano – o possono cambiare – i rapporti di potere.

Posso aggiungere che, da un punto di vista empirico e storico, le due componenti si retroalimentano: le persone che migliorano la propria condizione economica, probabilmente lotteranno per i propri diritti (non solo economici), laddove i diritti civili, politici e sociali universali mettono le persone nelle condizioni di avere alternative economiche.

Quali sono gli aspetti che dobbiamo assicurare nel nostro lavoro volto a creare alternative economiche?

Penso che questa domanda sollevi una gran mole di questioni, ma cerco di rispondere con tre punti:

1) Le alternative economiche, sia nel senso ristretto, sia in quello ampio, devono essere efficaci. Se una famiglia avvia un’attività economica, deve essere sostenibile nel lungo periodo e permettere veramente alla famiglia di non essere più povera.

2) Le alternative economiche devono essere “buone” da un punto di vista ambientale e sociale. Questo punto certamente si scontra molto spesso con il primo, ma un’alternativa economica ingiusta non è, per definizione, un’alternativa.

3) Detto ciò, il “problema” delle alternative economiche (e, penso, di gran parte di ciò che succede nel regno dell’economia) è che la molti cambiamenti – non tutti, ma molti – sono positivi per alcuni e negativi per altri, almeno in termini comparativi. Questo punto deve essere tenuto a mente, benché sia impossibile fare qualcosa in questo campo cercando di risolverlo.

Spendere BENE

Spendere BENE. L’espressione eredita dall’avverbio con la quale è composta l’ambiguità di fondo1. Spendere in modo “buono, retto, giusto“, oppure in modo “conveniente, opportuno, vantaggioso“? Quando si affronta la questione nell’ambito sociale, la contraddizione esplode.

Perché ognuno ha un’idea abbastanza formata di quale sia il modo buono di spendere i soldi, anche quando non è del tutto chiaro quale sia il modo vantaggioso. Molti si fanno un’idea anche di quale sia il modo buono per gli altri di spendere i soldi e magari di quale sia il modo più vantaggioso.

I due aspetti sono distinti, ma il cortocircuito è immediato.

Prendiamo un esempio concreto, che ho incontrato più volte nei percorsi di riflessione sull’uso del denaro che ho realizzato per ActionAid (cfr. i progetti Ora facciamo i conti e Contiamo insieme): una mamma che deve decidere se usare una piccola somma (€ 170) per pagare tutto l’affitto di casa o per organizzare una piccola festicciola per la figlia che fa gli anni.

Sull’asse buono/ cattivo si confrontano due possibili scelte:

a) prima viene il dovere di pagare l’affitto (se non ci sono soldi si taglia sulle feste) CONTRO b) la gioia della figlia e la reputazione della famiglia è più della importante della rendita del proprietario (pubblico o privato che sia).

Sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso anche si confrontano due scelte:

c) se non si paga l’affitto si viene cacciati di casa (da ciò derivano molti altri problemi) CONTRO d) in una situazione economicamente incerta è importante avere una rete di amici e conoscenti (che si alimenta anche mediante le festicciole).

Come ho scritto sopra, in genere abbiamo le idee più chiare rispetto all’asse buono/ cattivo, che a quello vantaggioso/ non vantaggioso (in genere, non vale per tutti). Quindi, se non siamo la mamma in questione, ci sembra più semplice scegliere tra (a) e (b), che tra (c) e (d), oppure cerchiamo di far di tutto per accomodare (a) e (b), suggerendo che si possono invitare tutti gli amichetti della figlia al parchetto senza spendere nulla (magari puntando su un porta tecum)2.

In contesti diversi la scelta sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso può essere una scelta molto tecnica (mettere i propri soldi in azioni o in un fondo pensione può essere equivalente sull’asse buono/ cattivo, ma avere esiti molto diversi in termini di ritorno finanziario); ma nel caso in questione — e in tanti casi simili — no e poiché confrontare mele con banane è arduo, non solo è difficile scegliere tra (c) e (d), ma molti “ben-pensanti” volentieri vorranno consigliare alla mamma qual è la scelta migliore — non dovendola fare loro.


 

 

L’immagine dell’intestazione è un particolare del dipinto Vanitas di Jan Brueghel il giovane, del 1631, conservata alla Galleria Sabauda di Torino (cfr. www.galleriasabauda.beniculturali.it/catalogo/#page/222). Nella parte principale della tela la personificazione della vanità è circondata da mille cianfrusaglie ed è accompagnata da due puttini, che peraltro non si curano di lei; sullo sfondo sono invece rappresentate scene ad alto contenuto sociale: dei compagni che s’abbuffano insieme, delle scene di saltimbanchi e di feste paesane. E’ molto probabile che l’autore abbia voluto accomunare tanti oggetti inutili e queste manifestazioni futili, nella più ampia categoria del vano e del vacuo. Una lettura diversa, non fedele ma che ci fa gioco, può invece interpretare la divisione tra le due “vanità” come non piccola: in un caso le ricchezze si sono spese per acquistare oggetti preziosi e alla fine si rimane soli; nel secondo caso i soldi van spesi con altri e si sta in compagnia.

  1. Nel dizionario Treccani online, significato a. È l’avverbio corrispondente all’agg. buono, e significa perciò in modo buono, retto, giusto, o conveniente, opportuno, vantaggioso, in modo insomma da dare soddisfazione piena, cfr. www.treccani.it/vocabolario/bene1
  2. Nei percorsi Ora facciamo i conti e Contiamo insieme cerchiamo di agire molto sulla possibilità di trovare forme di consumo che raggiungano uno stesso fine, ma con spesa minore. Sono piste molto interessanti, ma non sempre questo è possibile e se qualcuno vi assicura che lo sia, bisogna stare attenti. Inoltre, per essere possibile, il cambiamento delle forme di consumo deve coinvolgere il gruppo di riferimento del singolo — sia questo gruppo reale o virtuale

Lavoro di squadra vincente

I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all'ingresso dell'azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid
I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all’ingresso dell’azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid

Sì, finalmente, ce l’abbiamo fatta: il 2 febbraio scorso quattro partecipanti del progetto “Lavoro di squadra”, Adrian, Davide, Marco e Vlad hanno iniziato a lavorare in una grande azienda del torinese. Con un tirocinio di sei mesi, con grande grinta e grandi speranze. Come per tutta la storia del progetto, anche questa piccola grande vittoria viene da un lavoro di squadra: il grande assist ci è venuto da Balon Mundial, partner del progetto, che aveva una relazione consolidata nel tempo con l’azienda e l’ha messa in campo; la regia del gioco è sempre stata tenuta dalla case manager del progetto, che ha seguito ogni fase, in doppietta perfetta con la persona responsabile in azienda, attento e disponibile. Sono davvero contento e ho sentito in questi giorni più volte i ragazzi per sapere come andava. Per alcuni di loro lo scoglio maggiore sono gli spostamenti, soprattutto per il primo turno, per cui bisogna alzarsi per le cinque. Ma dentro la fabbrica ci mettono grinta e cercano di imparare.

Eppure è sbagliato, sbagliatissimo focalizzarsi su questo inserimento lavorativo. Gli esiti del progetto sono molto più grandi e non sempre facilmente tangibili: due ragazze, entrate in primavera nella squadra di danza, hanno maturato durante gli allenamenti l’idea di riprendere a studiare. Una di loro sta sudando sui banchi di un istituto tecnico serale: la strada è lunga e dura, ma è importante continuare, per avere il diploma — e un altro partner del progetto, ASAI, la sta aiutando con il servizio di doposcuola; l’altra ha tentato in autunno di entrare all’università, nella triennale di infermieristica; non ce l’ha fatta, ma riproverà. Sei giovani, oltre a quelli di cui ho parlato prima, hanno acquisito strumenti nuovi per trovare il lavoro e in un caso la ricerca ha dato buoni frutti: Dieter ha lavorato come operatore socio sanitario in una struttura tra dicembre e gennaio e ora, con questa esperienza “fresca” di lavoro, conta di poter trovare altre opportunità; Soufiane andrà a lavorare in una panetteria di un amico, con una borsa lavoro; Valentina, che per fortuna ha visto il suo contratto come cameriera diventare più stabile, dal tempo di “Dona il tuo profilo“, grazie a un’opportunità trovata da Synergie inizia un tirocinio come receptionist e addetta al back office organizzativo presso l’ente di formazione Manager srl di Torino, avvicinandosi così un po’ più ai propri sogni in termini professionali.

Detta così, sembra un po’ troppo auto-celebrativo. In effetti di difficoltà ce ne sono state: nel coinvolgere i giovani, in particolare le ragazze; nel tenerli in squadra; nell’offrire opportunità lavorative adeguate ai partecipanti. Abbiamo scoperto che i mesi di allenamento sono stati troppi, che potevamo iniziare da subito con gli “allenamenti al lavoro”, che un’alleanza più stretta con mondo della formazione professionale è fondamentale, e tanto altro.

Tutti insegnamenti che metteremo a frutto nelle nuove edizioni di Lavoro di squadra che sono partite in questi mesi: a Milano con Fondazione Milan, ad Alba (CN) con Cooperativa ORSO e il sostegno di Fondazione CRC.

Vincere – diceva Tommaso (Balon Mundial) nel settembre scorso – per loro sarà comprendere tra qualche anno che questo progetto ha insegnato loro qualcosa… se arriveranno a dicembre a trovare un lavoro o intraprendere un percorso formativo sarà molto importante, ma, dato che siamo in un mondo difficile, puoi trovare un lavoro e poi perderlo, ancora più importante è continuare e riprovarci con un metodo e con costanza; questa è la sfida che devono superare e che speriamo di poter cogliere con questi allenamenti”.

Una partita è vinta, il campionato continua.

Post apparso sul sito di ActionAid: www.actionaid.it/2015/03/lavoro-di-squadra-vincente

Sotto la soglia. Ora facciamo i conti

Aspetto la Sig.ra Maria (useremo questo nome fittizio per rispetto della sua privacy) in una sala della Biblioteca Levi, uno spazio bello e accogliente nel cuore del quartiere Barriera di Milano, all’estrema periferia di Torino. Maria, è il primo partecipante del progetto di ActionAid “Ora facciamo i conti”.

A dirla tutta sono un po’ agitato: fin da subito “la  Maria” mi stupisce per la sua energia. Temevo che il motivo dell’incontro rendesse il dialogo difficile, invece scorre, come quello di due persone che si siedono nello stesso scompartimento in treno. Parliamo di figli e di affitto, di studi e di passioni, delle difficoltà di arrivare a fine mese e di lavoro, di viaggi e di scelte da fare. Maria è una delle 950 persone che a Torino ha visto accolta la domanda per ricevere la nuova carta acquisti. Da quando ha fatto la domanda, nell’agosto del 2013, ha dovuto aspettare nove mesi per riceverla, ma dal maggio di quest’anno la sua famiglia ha un’entrata mensile aggiuntiva di poco più di 300 euro.

Maria è anche una delle 475 persone selezionate in modo casuale per partecipare a un “progetto personalizzato di presa in carico”. Questi progetti sono azioni specifiche che i Comuni devono attivare in accompagnamento alla misura, ma per le quali non sono stati stanziati fondi. Pertanto, il Comune di Torino si avvale di altri programmi in essere, gestiti dalla stessa struttura comunale, ma finanziati esternamente, come nel caso del lavoro accessorio (progetto in cui la persona riceve una piccola remunerazione per realizzare dei lavori presso associazioni); oppure cerca di incrementare l’operatività dei servizi sociali; o, infine, mette a sistema attività o progetti, realizzati da organizzazioni private, come nel nostro caso. Se la persona che riceve la nuova carta acquisti non partecipa al “progetto personalizzato”, la perde.

Maria sta quindi parlando con me per un “obbligo”; ma non lo dà a vedere. Anzi, dice che il lavoro di gruppo, che le ho brevemente presentato, sarà un’occasione per imparare cose nuove. Il lavoro di gruppo consiste in sei incontri, durante i quali i partecipanti si confronteranno sull’uso del denaro e affronteranno alcune questioni di alfabetizzazione finanziaria. Ciascun partecipante potrà poi avvalersi gratuitamente di una consulenza finanziaria e di un accompagnamento psicologico.

Maria non ha più un impiego formale e stabile da due anni e mezzo: è uscita dal mercato del lavoro per un insieme di piccoli problemi di salute e per curare i figli e non è più riuscita a entrarvi. Come lei, altre 55mila donne sono disoccupate a Torino (in totale con gli uomini si arriva a 118 mila persone, dati ISTAT per la Provincia di Torino): è un numero significativo – il tasso più alto di tutte le province metropolitane del Centro Nord – ed anche uno di quelli cresciuti di più dal 2007, il che significa che molti dei “nuovi disoccupati” non sono abituati ad esserlo.

Proprio questo elemento, ovvero l’aumento esponenziale delle persone in condizione di povertà a partire dal 2007, è alla base delle motivazioni che hanno spinto ActionAid a sostenere con forza la proposta di inserimento del REIS (Reddito di Inclusione Sociale) nella prossima Legge di Stabilità, lanciando anche una petizione online.

ActionAid, pur continuando a impegnarsi a fianco dei beneficiari della Social Card con attività di monitoraggio e di partecipazione a progetti personalizzati di presa in carico, riconosce che tale strumento sia ancora improntato a un modello fortemente categoriale e privo di una visione organica della lotta alla povertà.

Per questo motivo appoggiamo una proposta che si rivolge a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia e che unisce un mix tra diritti e doveri con una forte componente di inclusione sociale, nonché il primo vero tentativo di  mettere  a  sistema  tutte  le  politiche  di contrasto  alla  povertà  presenti  nel  nostro  Paese, troppo frammentate per essere veramente efficaci.

Questo post è stato pubblicato sulla pagina di ActionAid Italia. Cfr. www.actionaid.it/2014/11/sotto-la-soglia-ora-facciamo-i-conti.

Gli spazi dell’educazione economica

Madre e figlio fanno i conti dopo una giornata di lavoro come lavavetri. Torino 2014. Foto di Luca Fanelli
Madre e figlio fanno i conti dopo una giornata di lavoro come lavavetri. Torino 2014. Foto di Luca Fanelli

Lavorando per ActionAid in Piemonte e confrontandomi con le realtà del terzo settore, soprattutto torinesi, la difficoltà nella gestione del bilancio personale e famigliare emerge come fattore che mina la resilienza delle persone e famiglie in difficoltà. Ho quindi sempre caldeggiato un lavoro di ActionAid su questa tematica, soprattutto se è tenuta strettamente insieme a un piano di advocacy sulle politiche sociali in essere. Rimangono fuori da questo orizzonte due elementi strutturali, ovvero la domanda di lavoro e l’offerta di casa a prezzi abbordabili. Rimangono anche parzialmente defilate alcune delle cause strutturali della crescente diseguaglianza che caratterizza la società europea a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento.

Focalizziamo dunque l’attenzione sulla relazione tra difficoltà nella gestione del bilancio personale e famigliare, come fattore che mina la resilienza delle persone e famiglie in difficoltà e le politiche sociali in essere. Già in un seminario che ActionAid, nella persona di Christian Quintili, organizzò nel 2012 – dal quale, per inciso, sono scaturite alcune iniziative di educazione economica presenti sul territorio torinese – lo sforzo era quello di tenere insieme il piano della responsabilità dei decisori sull’uso delle risorse pubbliche e quella delle persone e delle famiglie, sull’uso delle risorse private. Con l’adozione della misura della nuova carta acquisti, decretata ancora dal governo Monti sul finire del 2012 e che solo in questi mesi vede finalmente la luce, è in parte possibile affrontare congiuntamente questi piani. Da un lato, quindi, stiamo monitorando l’implementazione della misura, volta, a offrire prioritariamente a persone inserite in contesti famigliari con figli minori, che hanno perso il lavoro recentemente e che hanno un ISEE di meno di € 3.000, un sussidio condizionato, che per un nucleo di 4 membri ammonta a € 331/ mese. Dall’altra, realizzeremo insieme ad alcuni beneficiari di questa misura dei percorsi di empowerment riguardanti la cittadinanza economica, l’alfabetizzazione finanziaria, il rapporto con il denaro. Si tratta del progetto “Ora facciamo i conti”, una prima fase del quale sarà realizzato grazie a un contributo della Fondazione CRT e che intendiamo ampliare e rafforzare grazie a una rosa di donors.

Ma è possibile aumentare la resilienza e aumentare il benessere delle persone e famiglie in difficoltà mediante un intervento di questo tipo? E’ scontato dire che non è facile e certamente non basta organizzare le proprie spese per “moltiplicare” le poche sostanze disponibili. Ma abbiamo qualche elemento in più? Innanzitutto è bene ricordare, per sgomberare subito il campo da considerazioni che, basandosi sull’aneddotica, vanno ad oscurare il vero – del tipo “com’è che quella persona che non ha come pagare la luce ha un iphone?” – che le famiglie povere spendono in media un terzo delle famiglie non povere (cfr. Accolla, Rovati, 2009, p. 8). Ciò detto, in termini molto sintetici, possiamo cercare di raggruppare le argomentazioni teoriche e gli studi empirici, tra quelli che fanno intendere che sostanzialmente negano che sia possibile agire sulla leva della gestione delle risorse disponibili e quelli che invece affermano che sia possibile.

Uno dei più forti argomenti che ricadono nel primo campo è quello filosofico e antropologico, secondo il quale non ci sono motivi sufficienti per pensare che le scelte economiche delle persone povere siano più inefficienti, anche nel medio-lungo periodo, rispetto alle scelte delle persone non povere; detto semplicemente da una voce autorevole, “i poveri non sono meno razionali di chiunque altro – è semmai vero il contrario” (Banerjee, Duflo, 2011, Foreword, 203); la persistenza della povertà sarebbe quindi determinata dalle condizioni di partenza, da un lato, e dalla “trappola della povertà”, dall’altra, che, tradotta in termini semplici, significa che per iniziare a risalire la china è necessario superare una boa, ma che superare questa boa è incredibilmente difficile. Nei paesi “ricchi” alcuni elementi di questa “trappola della povertà” sono la relativa maggiore difficoltà nel trovare un buon lavoro, nel proseguire gli studi, nel risparmiare per i tempi peggiori, nell’essere in buona salute, nel non avere problemi con la giustizia. La questione centrale del risparmio riguarda la sottrazione di risorse per consumi immediati, a favore di consumi procrastinati o investimenti. Secondo il concetto dell’utilità marginale, una condotta siffatta è sensata, in quanto nel momento in cui si consumano due unità di un bene nel presente, l’utilità marginale della seconda è inferiore all’utilità della stessa in un futuro in cui la possibilità di consumare sia zero; in altre parole, l’allocazione equimarginale delle risorse è la condotta più sensata. E’ però probabile che tale concettualizzazione del problema sia errata in quanto, al di sotto di una determinata soglia, il consumo di unità aggiuntive di un bene non ha un’utilità decrescente, ma crescente (può essere più piacevole una telefonata di 10 minuti con un parente lontano, piuttosto che una di 5 minuti oggi, per farne un’altra di 5 minuti tra un mese); ciò vale a maggior ragione per quei consumi con soglie ben definite, prima di raggiungere le quali ogni frazione di spesa è inutile (sul lungo periodo pagare 1/3 dell’affitto non mi garantisce di non essere sfrattato alla stessa stregua di non pagarlo). A ciò si aggiunge il fatto che le persone in condizione di povertà possono essere molto “scettici sulle opportunità e possibilità di cambiare radicamente le proprie vite” (Id, 815)

Sul versante opposto, secondo il quale è possibile fare leva sulla gestione delle risorse disponibili, un primo spunto ci viene dalla teoria, maturata nelle scienze psicologiche e cognitive, dell'”ego-depletion”, ovvero dell’esaurimento dell’ego; secondo questa linea teorica (toccata ad es. da Kahneman, 2011, ma trattata nel dettaglio, per quanto riguarda questo ambito, da Spears, 2010), il fatto di dover operare scelte di allocazione di risorse molto limitate, genera una diminuzione della capacità di controllo di sé stessi e dunque scelte non molto sensate; questo vale soprattutto per gli ambiti di consumo quotidiano, come la spesa al supermercato o le scommesse. Un’altra indicazione, molto differente, ci viene nuovamente dall’ambito sociologico e antropologico. Qui si afferma che sia possibile, anche per persone in difficoltà, operare una “riconcettualizzazione” dei propri ambiti di consumo e investimento, tale per cui, invece di agire sulla capacità di agire – come nel caso della teoria dell’”ego depletion”, si agisce sull’ambito valoriale, ovvero delle preferenze e degli obiettivi (Vargiu, 2009, pp. 76 e ssg.).

Ritengo che da questo excursus teorico si possano trarre alcune indicazioni di ordine pratico:

  • la ricerca empirica sulla gestione delle risorse da parte di persone in difficoltà è molto limitata e dunque vi sono probabilmente ampi margini di ulteriore analisi e comprensione, che consenta da un lato di dare un più efficace supporto a queste persone o famiglie e, dall’altro, a disegnare meglio le politiche;
  • è necessario sgomberare il campo da tutte le interpretazioni che attribuiscono alle persone in difficoltà, in termini generali, comportamenti irrazionali; ciò non è solo arrogante e moralmente deprecabile, ma fa battere, in termini di azione, strade “senza uscita”;
  • specularmente, gli approcci che non tengono in debito conto il contesto psicologico di ogni scelta, anche quella relativa alla gestione delle risorse economiche, e che dunque ritengono che basti informare per avere risultati, sono destinati a non avere successo;
  • tutte le diverse opzioni teoriche, gioco forza, non tengono conto delle differenze soggettive; è dunque possibile che un altro spazio “di manovra” sia dato da un lavoro che, basandosi sull’auto-aiuto e la formazione peer-to-peer, consenta a persone e famiglie, anche povere, ed anche caratterizzare da un complesso culturale e valoriale simile, ma che hanno una gestione delle risorse più orientata alla resilienza e al benessere, di altre, di aiutare queste ultime;
  • molto c’è da lavorare nei termini della costruzione di subculture, o opzioni valoriali che consentano maggiore benessere, anche a fronte di una limitata dotazione di risorse iniziali; a sostegno di questa linea d’azione va sicuramente lo sviluppo di “nuovi modelli di consumo”, che è andata crescendo negli ultimi decenni, nonché il recupero, la valorizzazione e il rafforzamento di forme di mutualismo; va invece contro questa linea l’incapacità proprio di queste opzioni culturali a farsi veramente nazional-popolari; è inoltre a mio avvio imprescindibile che, affinché non sia completamente frustrata, questa opzione deve prevedere delle concrete opportunità di miglioramento progressivo, per quanto contenuto, della dotazione di risorse (da parte di chi ne ha veramente troppo poche).

Bibliografia citata

Gisella Accolla, Giancarlo Rovati, I consumi dei poveri in quattro regioni italiane, in Laura Bovone and Carla Lunghi (a cura di), Consumi ai margini, Donzelli, Roma 2009

Abhijit V. Banerjee, Esther Duflo, Poor Economics. A radical rethinking of the way to fight global poverty, PublicAffairs 2011

Daniel Kahneman, Thinking, fast and slow, Farrar, Straus and Giroux, New York 2011

Dean Spears, Economic decision-making in poverty depletes behavioral control, «CEPS Working Paper», n. 213, 2010

Andrea Vargiu, Negoziare la marginalità attraverso il consumo di beni e servizi, in Laura Bovone and Carla Lunghi (a cura di), Consumi ai margini, Donzelli, Roma 2009

I perché dell’educazione economica

luca fanelli, spray001, 2012Negli ultimi 6 mesi mi sono avvicinato ai temi dell’educazione economica, nuovi nella loro specificità, ma molto vicini al mio costante interesse per l’antropologia economica. L’approssimazione a questi temi si è data nel quadro del programma di sviluppo territoriale di ActionAid, al quale sto lavorando. Nello specifico,

  1. ho contribuito all’elaborazione dell’idea progettuale Nuove povertà e partecipazione, che intreccia il contrasto alla povertà mediante l’educazione economica, alla richiesta di accountability alle istituzioni locali, e quindi a un processo di advocacy dal basso;
  2. ho partecipato e contribuito al seminario di formazione Alfabetizzazione economica e finanziaria / Spesa Pubblica e Bilanci famigliari. Sperimentazione della metodologia ELBAG, che si è tenuto a Bologna dal 5 al 7 maggio 2012;
  3. ho contribuito alla stesura del manuale Ora facciamo i conti. Uno strumento di alfabetizzazione economica e normativa per conoscere e attivarsi, frutto del seminario di Bologna;
  4. ho contribuito a formulare diverse idee progettuali legate all’educazione economica di fasce deboli della popolazione.

Riflettendo su questi temi, spesso ripenso agli anni in cui lavoravo a stretto contatto con i contadini dei villaggi amazzonici, oppure della Vale do Ribeira, e la confronto con il terreno dell’educazione economica, che sto dissodando di questi tempi in Italia: c’è una simmetria. I contadini che ho conosciuto, soprattutto quelli tra i 25 e i 45 anni, sono impegnati in uno sforzo cognitivo, volto a compredere quali beni proposti dalla televisione sono degni di imporre una torsione alle loro vite (quando parlo di torsione mi riferisco a un cambiamento significativo delle abitudini di vita e di lavoro, volti a ottenere quelle risorse monetarie aggiuntive necessarie all’aquisto). Qui in Italia il problema è capire di quali beni o servizi — proposti da una molteplicità di canali — si può fare a meno, di quali no. Il gioco, da un punto di vista cognitivo, è simile, benché acquisire sia sempre più gioioso di perdere. Non credo che sia possibile dividere chiaramente i beni necessari da quelli superflui, ma ognuno di noi si crea una mappa multidimensionale, e pone al centro ciò che è praticamente irrinunciabile, all’estrema periferia ciò che non ci interessa; l’argomento opposto — tutto è relativo — è altrettanto falso. In questa mappa multidimensionale gli oggetti galleggiano, si muovono, lentamente o repentinamente, a seconda dei casi; c’è però una mebrana che divide inequivocabilmente alcuni beni/ servizi da altri, che è quella del potere d’acquisto (di ciascuno). Lo sforzo cognitivo di distinguere il necessario, l’utile e il superfluo, si incrocia quindi con un altro sforzo, per capire se si può allargare i confini di questa membrana (= aumentare il nostro potere d’acquisto). Non entro nel merito di chi usa per questo esercizio sostanze psicotrope, come il debito. Anche qui i contadini amazzonici e i soggetti in crisi economica sono uniti da una comune difficoltà nell’immaginare come aumentare il proprio potere d’acquisto. Sì, è principalmente una questione di potere, ma c’è un piccolo spazio che rimane per l’immaginazione. Un ulteriore fattore di distinzione, nella mappa, è la separazione tra ciò di cui vogliamo usufruire possedendolo, e ciò di cui preferiamo usufruire insieme ad altri 1. Anche in questo caso, collocare un bene/ servizio in una o nell’altra categoria, fa la differenza; anche in questo caso, esistono limiti dettati dall’esterno: non tutto è privatizzabile, non tutto si può rendere pubblico (o comunitario), alcuni beni/ servizi se goduti in comunità hanno valore, se goduti privatamente, ne hanno un altro. La categorizzazione del bene/ servizio pubblico, comunitario e privato, afferisce pure a una moneta, le cui facce sono i diritti e i doveri 2.

  1. Per un italiano, oltrepassati i limiti della propria famiglia, usufruire insieme ad altri, significa soprattutto usufruire insieme ai concittadini; per contadini che ho conosciuto esiste lo spazio intermedio del villaggio, mentre — in particolare per quelli amazzonici — la dimensione statale è molto sfumata.
  2. La moneta si è rotta: uno dei fattori della “crisi civile” che ci attraversa è che rinunciamo a rivendicare i diritti, riservandoci di non compiere i nostri doveri.