Ruoli, identità e partecipazione

Ringrazio molto dell’invito a questo vostro Congresso che mi permette innanzitutto di conoscere dal di dentro una organizzazione che ha stretto una partnership strategica con ActionAid. Leggendo i documenti congressuali, trovo nella vostra organizzazione una visione articolata, che si esprime in modo qualificato su un ampio spettro di problemi. In secondo luogo sono felice di essere qui perché mi auguro che questo momento possa essere l’inizio di una collaborazione a livello locale tra le due organizzazioni.

Il mio intervento si focalizza su quattro questioni specifiche che si trovano alla confluenza tra l’operare della vostra organizzazione e della mia.

Prima riflessione: in molti contesti è sempre più sfumato il confine tra chi aiuta e chi è aiutato; ciò dipende in particolare dall’allargarsi della fascia di povertà e dalla strutturazione dei redditi in relazione alle professioni. Questo dato di fatto può a mio avviso essere essere la molla per una nuova stagione di attivazione in cui gruppi di persone con capitale economico equiparabile, ma capitale sociale e culturale differenziato, possano allearsi per rivendicazioni comuni. Un processo di questo tipo richiede una forte operazione in termini culturali volta a creare di nuove identità collettive, anche mediante la chiarificazione di parole chiave e incentivi che possano appunto aggregare gruppi sociali differenziati.

Gruppo che discute di un intervento calato dall'altoSeconda riflessione: Cittadinanza Attiva ha un’esperienza decennale nel monitoraggio delle politiche socio-sanitarie. Credo che sia quanto mai necessario un impegno nel monitoraggio dal basso delle politiche di assistenza già presenti nel nostro paese e quelle che saranno a breve introdotte (sostegno all’inclusione attiva – SIA per il 2016/17 e sua evoluzione negli anni successivi). La SIA si propone oggi come “spina dorsale” intorno alla quale far ruotare tutti gli interventi di contrasto alla povertà ed è pertanto ancora più importante che i beneficiari di questa misura possano contribuire con la loro voce a renderla più efficace. La partecipazione dei beneficiari alla valutazione delle misure che li riguardano è ad esempio una prassi consolidata in Francia 1. A mio avviso c’è una specie di barriera mentale nel pensare che le persone che ricevono un sussidio possano valutare la politica che lo prevede; questa barriera deriva da un giudizio morale, secondo il quale chi è aiutato non è autorizzato a esprimere un parere sull’aiuto ricevuto. Tra tutti i servizi pubblici, quelli più resistenti all’idea di valutazione dal basso sono quindi quelli indirizzati alle persone in situazione di difficoltà economica. Questo concetto, però, oltre ad essere discutibile — il sussidio non è un aiuto caritatevole, ma è una giusta misura per garantire a tutti una vita dignitosa — è anche pernicioso, in quanto la condizione di povertà implica una serie di meccanismi cognitivi che le persone che non la sperimentano hanno difficoltà a comprendere 2.

Terza riflessione: Nel vostro documento CittadinanzAttiva e comunità locali scrivete: “Le politiche di contenimento della spesa trattano le comunità come puri ‘centri di costo’ e trascurano o, addirittura, ostacolano le miriadi di esperienze che dimostrano la capacità di cittadini di produrre autonomamente risorse preziose (e non sostituibili) per il miglioramento dei servizi e per la salvaguardua del territorio”. Condivido pienamente questa affermazione ed essa è il cuore di un progetto che stiamo portando avanti insieme a più di 15 enti gestori delle funzioni socio-assistenziali dell’area della Città Metropolitana di Torino 3. In questo progetto stiamo costruendo insieme ai direttori, alle assistenti sociali e alle operatrici degli enti gestori delle possibili nuove pratiche di intervento che prevedano, in un’ottica di welfare generativo, la restituzione e rigenerazione di risorse, nel quadro della collaborazione tra enti gestori e beneficiari dei servizi di questi.

Quarta riflessione: nelle #pistedilavoro vi proponete di operare per il riconoscimento di nuovi diritti. A questo proposito vorrei portare qui una delle lezioni apprese nel corso del nostro lavoro pluriennale in percorsi di riflessione sull’uso del denaro con persone in situazione di difficoltà economica (una “nostra” versione di educazione finanziaria): oggi è sempre più importante ragionare sui diritti concernenti le scelte economiche delle persone. I cittadini hanno diritto di fare “buone” scelte in campo economico e devono essere messi nelle condizioni per farlo. In questo senso si deve trovare un giusto bilanciamento tra azioni di empowerment e formazione delle persone e un’attività normativa e regolatoria che, nell’alveo di quello che nel linguaggio anglosassone si chiama liberal paternalism, possa garantire che l’opzione di default, la scelta che non è scelta, sia comunque favorevole e non pregiudiziale per il cittadino.

Questo testo è una versione rivista del mio intervento al Congresso di CittadinanzAttiva del 9 aprile 2016. Sono stato invitato ad esprimere un punto di vista sui documenti congressuali in quanto rappresentante di un’associazione “amica” di CittadinanzAttiva, ActionAid.

  1. Cfr. la guida Participation des personnes bénéficiaires du revenu de solidarité active au dispositif.
  2. Cfr. in questo senso le illuminanti ricerche di Sendhil Mullainathan ed è interessante leggere la descrizione del progetto Poor for the poor a p. 13 del report The contribution of meaningful Social Innovation to reducing poverty and social exclusion in Europe dell’European Anti-Poverty Network.
  3. Il progetto ha come capofila il Consorzio IN.RETE di Ivrea ed è finanziato dalla Città Metropolitana di Torino; lo realizziamo in partnership con l’associazione Art. 47.

Alternative basate sui diritti o alternative economiche?

Questo testo è stato scritto per rispondere ad alcuni interrogativi posti dal collega Nazmul Ahsan (Senior Program Officer at ActionAid Bangladesh). Ho pensato potesse essere utile per chiarire alcune questioni in gioco nel nostro lavoro programmatico.

Un’alternativa economica può creare un’alternativa credibile basata sui diritti umani? I due aspetti sono complementari o uno si aggiunge all’altro?

In primo luogo, penso sia necessario definire i termini. Nel manuale di ActionAid People’s Action In Practice, riguardante l’approccio basato sui diritti umani (disponibile qui in inglese: http://bit.ly/1QQxCaQ) c’è solo la definizione dell’alternativa economica al femminile, che è definita come “una soluzione innovativa che intende dare risposta allo squilibrio di genere che caratterizza il sistema economico presente (sia al livello micro che macro) e che riconosce il valore del lavoro di cura non pagato”, mentre le alternative sono definite come “idee che aumentano il raggio dei nostri interventi presenti o dei nostri modelli – promettendo qualcosa di diverso per il futuro, qualcosa di positivo, qualcosa che cambia i sistemi”.

In questo quadro, dobbiamo considerare un’alternativa economica solo un cambiamento strutturale, ad es. un sistema fiscale più equo? Più avanti, nel manuale, il raggio dell’alternativa economica è un po’ ristretta; leggiamo: “Molto del nostro lavoro di promozione di alternative economiche per le donne sarà indirizzata alle giovani donne, riducendo le molteplici responsabilità di lavoro di cura che esse si sobbarcano e aiutandole a trovare nuove forme di [generazione di] reddito sostenibile”.

Possiamo pertanto dire che le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate e complementari. Sono intrecciate perché, per esempio, un sistema di imposte più giusto è sia un’alternativa economica, sia un’alternativa basata sui diritti; lo stesso si può dire per una misura universale di sostegno al reddito.

Complementari perché, per esempio, rafforzare delle piccole imprese portate avanti da chi è in situazione di povertà è un’alternativa economica (volta a superare la condizione di povertà), che, insieme ad altre alternative (come rafforzare l’occupabilità delle persone), è necessaria ma non sufficiente per superare la povertà. Per esempio, non tutti possono iniziare un’attività economica, o trovare un lavoro decente, magari per ragioni di salute, di età o per qualche tipo di discriminazione.

Al tempo stesso, le alternative basate sui diritti sono necessarie, ma anch’esse non sono sufficienti. Un reddito minimo è utile a creare una sicurezza per persone in situazione di povertà, ma non è una risposta per un giovane o un adulto che vuole un lavoro. Un altro esempio: un sistema sanitario universale è una alternativa basata sui diritti fondamentale, molto utile ad evitare che le persone cadano in povertà, ma non è sufficiente in sé per combattere la povertà delle famiglie.

L’alternativa economica incide sulle cause strutturali della povertà?

In qualche modo l’ho indicato sopra, mostrando come le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate.

E’ evidente che le micro-alternative economiche non cambiano il sistema, ma inseriscono alcune nel persone nel sistema; sono alternative in quanto cambiano – o possono cambiare – i rapporti di potere.

Posso aggiungere che, da un punto di vista empirico e storico, le due componenti si retroalimentano: le persone che migliorano la propria condizione economica, probabilmente lotteranno per i propri diritti (non solo economici), laddove i diritti civili, politici e sociali universali mettono le persone nelle condizioni di avere alternative economiche.

Quali sono gli aspetti che dobbiamo assicurare nel nostro lavoro volto a creare alternative economiche?

Penso che questa domanda sollevi una gran mole di questioni, ma cerco di rispondere con tre punti:

1) Le alternative economiche, sia nel senso ristretto, sia in quello ampio, devono essere efficaci. Se una famiglia avvia un’attività economica, deve essere sostenibile nel lungo periodo e permettere veramente alla famiglia di non essere più povera.

2) Le alternative economiche devono essere “buone” da un punto di vista ambientale e sociale. Questo punto certamente si scontra molto spesso con il primo, ma un’alternativa economica ingiusta non è, per definizione, un’alternativa.

3) Detto ciò, il “problema” delle alternative economiche (e, penso, di gran parte di ciò che succede nel regno dell’economia) è che la molti cambiamenti – non tutti, ma molti – sono positivi per alcuni e negativi per altri, almeno in termini comparativi. Questo punto deve essere tenuto a mente, benché sia impossibile fare qualcosa in questo campo cercando di risolverlo.

La natura sociale dell’apicoltura

Un giorno ho visitato un apicoltore locale, che usava solo kafò… in modo così abile che il suo miele era di qualità eccelsa.

Delle testimonianze emerse nella tavola rotonda su apicoltura e cooperazione, una delle più efficaci, a mio parere è stata quella di Celso, che ha raccontato delle sue esperienze in Africa: “Appena arrivato, con il mio sapere tecnico di apicoltore, ho constatato che nessuno applicava delle tecniche moderne. Per alcuni anni abbiamo insegnato come usare l’arnia razionale. Un giorno ho visitato un apicoltore locale, che usava solo kafò (arnie tradizionali). Le usava in modo così abile che il suo miele era di qualità eccelsa. Allora ho capito che si poteva fare un ottimo miele anche con gli strumenti tradizionali” (libera trascrizione). In un semplice racconto ha racchiuso il succo del dibattito sulla cooperazione allo sviluppo: indagare, ascoltare, rispettare e valorizzare, non partendo da presupposti teorici, ma da una constatazione. Sul campo. Da esperto.

Un momento della tavola rotonda L'ape: regina della cooperazione. Parla Gianluca Pressi, direttore AVEC PVS. Piacenza, Emilia-Romagna, Italia. Ottobre 2015 (c) Conceição Peres Lopes
Un momento della tavola rotonda L’ape: regina della cooperazione. Piacenza, Emilia-Romagna, Italia. Ottobre 2015 (c) Conceição Peres Lopes

Il valore aggiunto della tavola rotonda, organizzata nel quadro dell’edizione speciale (autunnale) di Apimell da AVEC PVS è stato proprio quello di far dialogare persone per lo più esperte di apicoltura, con esperienze di cooperazione; a volte è stato difficile mantenere stretto il legame tra le due componenti — è facile infatti sconfinare nelle elucubrazioni teoriche sul significato della cooperazione e si può sempre cadere nei tecnicismi — ma laddove è successo (vedi la testimonianza citata) ha funzionato. E potrà continuare a funzionare.

Prendi il numero di specie di api senza pungilione, moltiplicalo per il numero delle stagioni nelle regioni tropicali e poi per le combinazioni possibili di pollini (20-50)! (Vit, Pot Honey)

In questo consesso sono tornato a parlare di Meliponini, le api senza pungiglione. La prima suggestione che ho voluto trasmettere è la diversità che caratterizza tutta la meliponicultura: diversità di mieli, dovuta al numerosissimo numero di specie; diversità di procedure di estrazione del miele; diversità delle forme di conservazione: refrigerazione, desumidificazione e maturazione. Dei tre, questo è quello che rispetta maggiormente le caratteristiche di un prodotto vivo e particolare.

Il secondo punto toccato sono stati alcuni dati quantitativi sulla produzione di Meliponini in Brasile, confrontati con la produzione di miele di Apis mellifera in Italia e Brasile (cfr. slide in fondo). E’ significativo sottolineare che in tutti i tre casi i dati sono di difficile reperimento e si tratta di stime.

Guardando alla meliponicoltura in un’ottica più ampia di sviluppo locale ho sottolineato la sua potenziale importanza nell’economia familiare contadina, in quanto apprezzata dalle giovani generazioni e utilizzabile come integrazione del reddito, anche grazie alla valorizzazione del prodotto sul mercato (informale). Ho però messo in luce che una maggiore specializzazione potrebbe essere il vettore di produzioni di maggiore qualità e che l’ingresso che il miele di api senza pungiglione sta facendo nel mondo gourmet è al contempo una minaccia e un’opportunità.

un’attività pratica, ma che richiede molta applicazione e pensiero

Allevamento d’api come strumento di sviluppo locale in ottica sociale solo lontano dall’Italia? No. Sempre ad Apimell ho conosciuto il bel progetto dell’associazione alessandrina Cambalache, che ha formato un gruppo di richiedenti asilo in questa professione e ha già inserito alcuni giovani in aziende apicole. “Il potere dell’apicoltura”, spiega Mara Alacqua (presidente Cambalache), “sta nell’essere un’attività pratica, ma che richiede molta applicazione e pensiero: è un lavoro che qualifica e permette ai rifugiati di distogliere il pensiero dai traumi subiti nel Paese di origine e durante il viaggio verso l’Italia” (libera trascrizione).


 

Slide presentate al Congresso

Diritto allo studio universitario: bomba, materasso o tappeto elastico?

A qualche giorno dalla critica dell’Unione degli Universitari in merito all’impatto del nuovo ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente) sugli studenti universitari, ripubblico questo testo da me redatto alla fine degli anni 1990, quando ricoprivo la carica di rappresentante degli studenti (Università di Torino e Politecnico di Torino) nel Consiglio d’Amministrazione dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario del Piemonte. Proprio perché datato, spero che possa essere utile per confrontare ciò che è cambiato e ciò che è rimasto tal quale.


Premessa (alla prima edizione): Bomba, materasso o tappeto elastico? è stato scritto nella primavera del 1997. Da allora molto è cambiato dal punto di vista normativo: oltre all’uscita del nuovo Dpcm, si sono aggiunti il Regolamento per l’assegnazione del fondo di riparto, il Regolamento sulle tasse e i contributi universitari. Ciò detto, le posizioni espresse sono valide nella sostanza e questo documento può presentare i problemi fondamentali posti dal diritto allo studio.

  1. Introduzione
  2. Gli obbiettivi delle politiche per il diritto allo studio
  3. Il quadro normativo
  4. Un progetto per il diritto allo studio
  5. I modi della rivendicazione e conclusioni
  6. Allegati

1. Introduzione

Diritto allo studio è espressione alla quale sono attribuiti significati piuttosto diversi. Nei testi più recenti al riguardo non si trova una soddisfacente analisi di questo problema, sintomo di un certo appiattimento operativo che, in senso lato può essere uno dei multiformi aspetti del “pensiero unico” (1).

Dobbiamo perciò risalire al bel testo di Fiorella Padoa Schioppa, Scuola e classi sociali in Italia (2). L’autrice distingue due diverse interpretazioni:

1) “Un primo modo di intendere questo diritto (elaborato particolarmente a livello universitario) è quello di ‘considerarlo un caso particolare del diritto al lavoro…[in quanto] lo studente è un lavoratore e, come tale, se produce ha diritto a salario'” (3).

Continua a leggere Diritto allo studio universitario: bomba, materasso o tappeto elastico?

  1. Cfr. Ramonet, I., Il pensiero unico, Le Monde Diplomatique-il manifesto, gennaio 1995
  2. Padoa Schioppa, F., Scuola e classi sociali in Italia, il Mulino, Bologna 1974
  3. Tesi della Sapienza, il Mulino, 1967, cit. in Padoa Schioppa, F., op. cit., p. 85

Sotto la soglia. Ora facciamo i conti

Aspetto la Sig.ra Maria (useremo questo nome fittizio per rispetto della sua privacy) in una sala della Biblioteca Levi, uno spazio bello e accogliente nel cuore del quartiere Barriera di Milano, all’estrema periferia di Torino. Maria, è il primo partecipante del progetto di ActionAid “Ora facciamo i conti”.

A dirla tutta sono un po’ agitato: fin da subito “la  Maria” mi stupisce per la sua energia. Temevo che il motivo dell’incontro rendesse il dialogo difficile, invece scorre, come quello di due persone che si siedono nello stesso scompartimento in treno. Parliamo di figli e di affitto, di studi e di passioni, delle difficoltà di arrivare a fine mese e di lavoro, di viaggi e di scelte da fare. Maria è una delle 950 persone che a Torino ha visto accolta la domanda per ricevere la nuova carta acquisti. Da quando ha fatto la domanda, nell’agosto del 2013, ha dovuto aspettare nove mesi per riceverla, ma dal maggio di quest’anno la sua famiglia ha un’entrata mensile aggiuntiva di poco più di 300 euro.

Maria è anche una delle 475 persone selezionate in modo casuale per partecipare a un “progetto personalizzato di presa in carico”. Questi progetti sono azioni specifiche che i Comuni devono attivare in accompagnamento alla misura, ma per le quali non sono stati stanziati fondi. Pertanto, il Comune di Torino si avvale di altri programmi in essere, gestiti dalla stessa struttura comunale, ma finanziati esternamente, come nel caso del lavoro accessorio (progetto in cui la persona riceve una piccola remunerazione per realizzare dei lavori presso associazioni); oppure cerca di incrementare l’operatività dei servizi sociali; o, infine, mette a sistema attività o progetti, realizzati da organizzazioni private, come nel nostro caso. Se la persona che riceve la nuova carta acquisti non partecipa al “progetto personalizzato”, la perde.

Maria sta quindi parlando con me per un “obbligo”; ma non lo dà a vedere. Anzi, dice che il lavoro di gruppo, che le ho brevemente presentato, sarà un’occasione per imparare cose nuove. Il lavoro di gruppo consiste in sei incontri, durante i quali i partecipanti si confronteranno sull’uso del denaro e affronteranno alcune questioni di alfabetizzazione finanziaria. Ciascun partecipante potrà poi avvalersi gratuitamente di una consulenza finanziaria e di un accompagnamento psicologico.

Maria non ha più un impiego formale e stabile da due anni e mezzo: è uscita dal mercato del lavoro per un insieme di piccoli problemi di salute e per curare i figli e non è più riuscita a entrarvi. Come lei, altre 55mila donne sono disoccupate a Torino (in totale con gli uomini si arriva a 118 mila persone, dati ISTAT per la Provincia di Torino): è un numero significativo – il tasso più alto di tutte le province metropolitane del Centro Nord – ed anche uno di quelli cresciuti di più dal 2007, il che significa che molti dei “nuovi disoccupati” non sono abituati ad esserlo.

Proprio questo elemento, ovvero l’aumento esponenziale delle persone in condizione di povertà a partire dal 2007, è alla base delle motivazioni che hanno spinto ActionAid a sostenere con forza la proposta di inserimento del REIS (Reddito di Inclusione Sociale) nella prossima Legge di Stabilità, lanciando anche una petizione online.

ActionAid, pur continuando a impegnarsi a fianco dei beneficiari della Social Card con attività di monitoraggio e di partecipazione a progetti personalizzati di presa in carico, riconosce che tale strumento sia ancora improntato a un modello fortemente categoriale e privo di una visione organica della lotta alla povertà.

Per questo motivo appoggiamo una proposta che si rivolge a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia e che unisce un mix tra diritti e doveri con una forte componente di inclusione sociale, nonché il primo vero tentativo di  mettere  a  sistema  tutte  le  politiche  di contrasto  alla  povertà  presenti  nel  nostro  Paese, troppo frammentate per essere veramente efficaci.

Questo post è stato pubblicato sulla pagina di ActionAid Italia. Cfr. www.actionaid.it/2014/11/sotto-la-soglia-ora-facciamo-i-conti.

Noterelle statistiche sulla campagna brasiliana ed italiana II

La città rurale di Paranacity (Brasile) e la campagna circostante. Immagine di Google Earth
La città rurale di Paranacity (Brasile) e la campagna circostante. Immagine di Google Earth

Dal maggio scorso, quando sono tornato stabilmente a vivere in Italia, ad oggi (315 giorni, per l’esattezza), ho avuto modo di occuparmi della campagna italiana indirettamente. Questo è un cambiamento rilevante di prospettiva, giacché negli ultimi sette anni ho lavorato in campagna, o per la campagna; non mi si può certo chiedere una descrizione equilibrata del Brasile, perché il mio punto di vista è stato quello dei piccoli contadini: delle sfide, delle difficoltà, delle politiche che li riguardano.

Non ho mancato di camminare per le strade di São Paulo: l’aristocratica decaduta Rua São João, le verdeggianti strade che dall’avenida Higienopolis portano allo stadio Pacaembu, la rua Guabijú, dove si trova una delle più antiche case della città (XVII sec.) e mille altre che non sto qui a dire (visto il titolo del post); ma ero pur sempre turista, che visitava ed ammirava la città nella sua multiforme fenomenologia.

La prima occasione di occuparmi di questioni rurali in Italia è stata l’organizzazione del dibattito “Insicurezza alimentare, cause e risposte. dalla crisi in Africa Orientale a noi”, per ActionAid (vai qui per un resoconto). Sebbene la discussione si sia incentrata soprattutto sull’insicurezza alimentare dei paesi del Sud del mondo, ed in particolare di quelli più poveri, in particolare Daniele Scaglione e Giorgio Cingolani hanno toccato argomenti che riguardano la campagna italiana. Anche un seminario sul progetto “Four cities for dev” mi ha dato alcuni spunti interessanti, in particolare sulla cattiva nutrizione come aspetto dell’insicurezza alimentare, sulla ri-educazione alla conoscenza del cibo e sulle mense scolastiche.

Uno degli spaccati più ricchi di questa situazione mi è stato però dato dalla partecipazione al Congresso Federale AIAB, che si è tenuto a Milano, tra 1 e il 4 dicembre del 2011, e lo scambio di idee con tante persone che si impegnano su queste tematiche in particolare in Piemonte.

Per quanto le statistiche – soprattutto quando riguardano regioni così vaste e diversificate come il Brasile o l’Italia – siano poco significative, è necessario tenere conto di due questioni fondamentali – una prevalentemente economica, l’altra prevalentemente sociale:

  • le dinamiche dell’economia brasiliana ed italiana degli ultimi 30-40 anni sono quasi opposte, con una crescita sostenuta della prima, ed una crescita molto moderata della seconda, in tutti i settori, ma in particolare in quello agricolo, tanto che, in questo breve lasso di tempo, da una preminenza italiana quanto ai due indicatori, si passa ad una situazione in cui il prodotto interno lordo brasiliano giunge vicino a quello italiano, mentre il prodotto  interno agricolo brasiliano ha un valore doppio a quello italiano (dati 2009); tutto ciò accompagnato da una crescita superiore anche dell’indice dello sviluppo umano (cfr. Allegato);
  • grosso modo il mondo rurale brasiliano, da un punto di vista sociale, di può suddividere in tre categorie: le grandi imprese agricole (agricultura patronal), che rappresentavano nel 1995 l’11% delle imprese e possedevano il 68% della terra, le unità di produzione familiare che generano una eccedenza, grande o piccola, di prodotto, immessa sul mercato e le unità di produzione familiare che dipendono, lievemente o significativamente, da apporti esterni per la loro sopravvivenza; Guanziroli e al. 2001 (p. 79-80) dividono l’universo dell’agricoltura familiare in quattro categorie: agricoltori capitalizzati (8,4% delle unità di produzione e 19% de valore lordo della produzione), agricoltori in via di capitalizzazione (20% e 11% rispettivamente), agricoltori in via di decapitalizzazione (16,9% e 4%) e agricoltori decapitalizzati (39,4% e 4%); questa ultima categoria, benché meno consistente numericamente della seconda, è particolarmente visibile in quanto soggetto-oggetto di molti interventi nazionali ed internazionali; per quanto riguarda l’Italia, benché ogni categoria abbia le sue sfumature interne, è forse più appropriato parlare di due categorie, una a conduzione diretta, l’altra a conduzione con salariati; ma benché la prima forma sia ancora più preponderante (91% sul totale delle unità di produzione), il rapporto con l’area coltivata è invertito, visto che questi coltivano il 63% della terra (per le statistiche di questo punto, cfr.ISTAT 2004, Tav. 1.1 – Aziende e relativa superficie totale per forma di conduzione e titolo di possesso dei terreni e Guanziroli 2000; questo tema è già trattato nella I noterella, alla quale rimandiamo).

Tenendo sempre a mente queste due fondamentali differenze, provo, in prima approssimazione e in modo del tutto impressionistico, a elencare alcune difficoltà e sfide che, a diverso titolo, si pongono sia per la piccola agricoltura brasiliana, sia per quella italiana.

  • Produzione e trasformazione
    • Concentrazione delle terre [il problema ha dimensioni molto diverse in Italia e in Brasile, come le statistiche sopra citate mostrano; è però significativo che nell’ultimo decennio le aziende agricole in Italia siano diminuite del 32,2% e sia cresciuta del 44,4% la loro dimensione media, nonché che vi sia un vero e proprio boom delle  terre in affitto (ISTAT 2011, p. 1 e 3)]
    • Mancanza di ricerca sull’agricoltura sostenibile
    • Mancanza di mano d’opera qualificata in agricoltura [il  Brasile ha bene o male quasi 20% della popolazione che vive in aree rurali, contro il 4-6% dell’Italia; a livello relativo, in entrambe i contesti, si rileva però una scarsità di mano d’opera]
    • Bassa remunerazione del lavoro del lavoro agricolo
    • Norme igieniche eccessive e standardizzazione, anche per la piccola agricoltura [benché in Brasile si sia affermato negli ultimi vent’anni il concetto di agricoltura familiare – un concetto questo più utile per impostare determinate politiche pubbliche, ad es. il credito, che come concetto analitico – la situazione a livello di standardizzazione sta peggiorando drasticamente, anche perché gli strumenti analoghi alle “denominazioni di origine protetta” sono di uso più circoscritto”]
    • Questione del consumo del territorio, in relazione con la valorizzazione dei terreni agricoli
    • Semi
  • Commercializzazione
    • Strapotere della grande distribuzione
    • Difficoltà nel definire modelli di incontro domanda-offerta dei prodotti su base di relazione che si possano estendere ad un maggior numero di persone (mainstreaming dei gruppi d’acquisto solidale)
    • Polarizzazione dei consumi alimentari
    • Scarsa conoscenza dei cittadini dei prodotti agricoli

 Allegato

Indicatori – Paesi/ Anni 1971 1981 1991 2001 2009 Fonte
Brasile, PIL (1971=100)
100
(val. ass. 322.378)
197
243
312
439
Reais of 1999 (R$ milhões). Fonte: IBGE 2000
Italia, PIL (1971=100) 100(val. ass. 744.410)
144
184
216
220
US $ prezzi costanti * 1 milione. Fonte: OECD
Brasile, PIL agricoltura e zootecnia (1971 = 100) 100(val. ass. 25.099) 155 205 321 449 Gross Production Value (constant 2004-2006 million US$) (USD), Agriculture (PIN) + Livestock (PIN). Fonte: FAOStat
Italia, PIL agricoltura e zootecnia (1971 = 100) 100(val. ass. 48.683) 115 121 120 119 Gross Production Value (constant 2004-2006 million US$) (USD), Agriculture (PIN) + Livestock (PIN). Fonte: FAOStat
Brasile, Indice di Svluppo Umano (1981 = 100) 100(val. ass. 0,685) 104 115 119 Human Development Report 2009
Italia, Indice di Svluppo Umano (1981 = 100) 100(val. ass. 0,857) 104 108 111 Human Development Report 2009

Bibliografia

Carlos Enrique Guanziroli, Silvia Elizabeth de C. S. Cardim (a cura di), Novo retrato da agricultura familiar. O Brasil redescoberto, FAO/INCRA, 2000

Carlos Guanziroli, Ademar Romeiro, Antônio Márcio Buainain, Alberto Di Sabbato, Gilson Bittencourt, Agricultura familiar e reforma agrária no século XXI, Garamond, Rio de Janeiro 2001

IBGE, Estatísticas do Século XX, Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística, Rio de Janeiro 2000

ISTAT, 5° Censimento generale dell’agricoltura – 2000. Volume tematico: Le imprese agricole, Roma 2004

ISTAT, Comunicato stampa, VI Censimento Generale dell’Agricoltura, lug. 2011, Indirizzo: http://censimentoagricoltura.istat.it/fileadmin/template/main/res/comunicato_breve_def_.pdf, consultato il: 10/12/2012

Noterelle statistiche sulla campagna italiana e brasiliana

La campagna italiana e brasiliana, due realtà diametralmente opposte. Certamente sì, ma può valer la pena dare un’occhiata ad alcuni dati statistici.

Il Brasile ha appena 3 volte tanto il numero di unità produttive, a fronte di un’area coltivata di 18 volte più grande. Dieci punti percentuali li separano se si guarda al tipo di conduzione, familiare o no, dell’unità di produzione; dunque, più unità produttive in Brasile non condotte dal proprietario.

Tipo di conduzione (n. aziende) Italia Brasile
Conduzione diretta del coltivatore/ Agricultura familiar 94% 84%
Conduzione con salariati (in economia)/ Agricultura não familiar 6% 16%
Altre forme / – 0,3%
Totale 1.679.439 5.175.489

L’Italia è nota per lo sminuzzamento delle proprietà, laddove il Brasile per i latifondi. Laddove la conduzione è diretta, in Italia, la dimensione media della proprietà è della metà dell’analogo brasiliano; ma nel caso della conduzione con salariati, l’estensione media in Brasile è di quasi sei volte tanto.

Estensione media per tipo di conduzione (ha) Italia Brasile
Conduzione diretta del coltivatore/ Agricultura familiar 7,9 18,4
Conduzione con salariati (in economia)/ Agricultura não familiar 53,3 309,2
Altre forme/ – 49,5
Totale (medio) 10,6 63,8
Totale 17.841.544 329.941.393
——- ——- ——-

Un dato molto interessante, presente per l’Italia e non per il Brasile, riguarda la forma di commercializzazione: del totale delle aziende italiane, l’81% commercializza la produzione; di questa parte, il 29% la commercializza direttamente.

E’ possibile che i dati presentati “nascondano” piuttosto che “svelare”: per esempio, molte tipologie di agricoltore, differentissime tra loro, sono incluse nella categoria di “agricultura familiar” in Brasile, e certamente, se alcune sono assimilabili al coltivatore italiano, molte non lo sono. Oppure, per citare un altro esempio: ad “ingrassare” notevolmente la media di ettari per agricoltore in Brasile contribuiscono gli appezzamenti del Nord, dove un piccolo produttore possiede normalmente un appezzamento di 100 ettari.

Ciò nonostante, proprio tali considerazioni confermano l’interesse di confrontare realtà così diverse, per comprende che cosa si nasconde e si svela dietro i numeri.

Fonti:

IBGE, Censo Agropecuário 2006. Agricultura Familiar. Primeiros Resultados, 2009

Istat, Indagine sulla struttura e produzione delle aziende agricole, 2007