Primi passi di una comunità

Qualcosa (non tutto) nacque con l’isolamento dovuto al Coronavirus. Obbligati a stare in casa, anche nel weekend, giocoforza si valorizzano i legami di prossimità.

Facciamo qualche passo indietro. Vivo in un grande condominio, in zona Mirafiori a Torino. La fabbrica è ben presente nel nostro spazio vitale, perché solo un corso ci divide dall’immenso isolato (5 km di perimetro) del primo stabilimento, quello inaugurato nel 1934, quello dove si trova anche la palazzina dirigenziale. Il condominio dove vivo è stato costruito al posto di un prato, resistito all’invasione dei parcheggi, che negli anni ruggenti della fabbrica ospitavano le auto di coloro che producevano auto. Colando a picco il numero di occupati, i parcheggi sono diventati eccessivi e al posto del prato è nato un palazzo. L’edificio è stato ultimato nel 2004, ha dieci piani, 2 scale, 40 appartamenti.

Condominio di Mirafiori Nord. Torino, 2020

Una zona come quella in cui sorge il mio condominio non ha un centro di gravità. Questo è un problema, al quale gli urbanisti probabilmente non danno sufficiente importanza, ma che in questo momento lasciamo sullo sfondo, per concentrarsi sul condominio. Come detto, vi sono 40 appartamenti, la maggioranza sono famiglie, ma vi sono anche un buon numero di persone sole; delle famiglie, circa metà hanno figli. Le età sono quindi molto diversificate, la nazionalità prevalentemente italiana, con qualche eccezione. C’è sempre stata cordialità tra i condomini, favorita dalla mancanza (sino ad ora) di oggettivi motivi di scontro; qualche conoscenza favorita da affinità elettive, ma non quella conoscenza di massima di tutte e tutti che fa la comunità.

Comunità è una parola complessa e abusata, che carica su di sé secoli e quintali di sociologia, di letteratura, di retorica. Dimenticando tutto per un attimo, vorrei poter dire, in modo volutamente naif, che in una comunità non è necessario conoscersi tutti/e bene e non è sufficiente conoscere bene qualcuno/o. Bisogna conoscersi tutti/e un po’.

Questo è ciò che è successo sotto la spinta del primo lockdown della primavera del 2020. Poco più di un mese dopo le prime restrizioni, sull’onda della musica e dei canti alla sera sui balconi, affiggo un cartellone, scritto a mano, nell’atrio del condominio; in esso mi auguro che tutti stiano bene e lancio due idee, tra cui uno scambio di libri. Indico il mio numero di cellulare.

Cartellone affisso nell'atrio del condominio. Torino 2020

Le idee non hanno (con un’unica eccezione), ma poco più di una settimana dopo un’altra inquilina lancia un gruppo di messaggistica e inizia a raccogliere i partecipanti, che in breve diventano più di 20, raggiungendo la metà degli alloggi del palazzo. Nel gruppo si acquisisce il contatto di persone note, si associa un viso ad un nome e, in alcuni casi, si viene a sapere dell’esistenza di persone che prima non si erano mai viste. La stessa famiglia che ha lanciato il gruppo di messaggistica, poche settimane dopo diffonde una pagina nella quale si raccolgono adesioni intorno a possibili miglioramenti nelle aree comuni del condominio; l’iniziativa ha successo e raccoglie molte adesioni. Per la precisione: 21 per la piantumazione del giardino interno, 18 per l’allestimento con panchine, 16 per i giochi per i bambini.

Con il passare del tempo i messaggi si fanno più rari e più scarni, ma ad oggi il gruppo è ancora attivo ed è utilizzato per segnalare piccoli problemi e oggetti dimenticati, per organizzarsi in occasione delle assemblee di condominio, per sottoporre agli altri idee. Si è creata una rete di relazioni che alla maggioranza dei partecipanti non interessa attivare nella quotidianità, ma che rimane latente, presente e pronta ad essere messa in gioco quando diventi necessario.  

Incendi in Amazzonia

Negli ultimi sei mesi l’attenzione dei media europei ha tornato a interessarsi dell’Amazzonia in fiamme.

Che cosa c’è di nuovo in questo?

La diffusione degli incendi non è una novità, ma quello che cambia è l’estensione dell’area che va in cenere e effettivamente negli ultimi anni la tendenza è all’aumento. Ad esempio, come spiegato nel dettaglio da questo articolo del Il Sole 24 Ore, nel 2018 la superficie bruciata è superiore a quella del 2017 dell’8,5%; si tratta di una tendenza stabile, infatti la somma delle superfici bruciate negli anni 2016-2018 è superiore a quella del triennio precedente.

Incendi? Deforestazione?

Gli incendi, tranne eccezioni, non sono finalizzati a distruggere per distruggere, ma hanno una precisa funzione legata allo sfruttamento del terreno. In piccola scala, il fuoco è una pratica colturale diffusa sin dall’antichità in America. In larga scala, è usata dalle grandi aziende agrozootecniche dopo aver abbattuto la foresta, per facilitare la preparazione del terreno. La relazione tra i due fenomeni si osserva chiaramente nel grafico in basso, dove sono mostrate le variazioni annuali nella deforestazione, nel numero di incendi e nell’area bruciata 1.

Tasso di incremento annuo del deforestamento, del numero di incendi e dell'area bruciata, del prezzo della soia e dei bovini - Anno base 2002
Tasso di incremento annuo del deforestamento, del numero di incendi e dell’area bruciata, del prezzo della soia e dei bovini – Anno base 2002 = 100

Proprietà della terra

Sebbene la materia sia dibattuta, si può dire che per il piccolo produttore l’uso del fuoco abbia un senso dal punto di vista economico 2. Avendo accesso a molta più terra di quella che può coltivare, può lasciare a riposo per molti anni una vasta area e bruciare solo parcelle con molta materia organica, che, sotto forma di cenere, diventa subito utile per le colture. La concimazione del terreno con materie prime naturali o chimiche, viceversa, può essere molto difficile per lui.

Non così per il grande produttore, per il quale converrebbe curarsi di terre già in uso, piuttosto che cercarne di nuove. Converrebbe? Sì, se dappertutto dovesse pagare la terra che usa. Ma ciò non si verifica nella cosiddetta frontiera agricola, l’ampia fascia che separa le terre già intensamente sfruttate dal punto di vista agrozootecnico e quelle che lo sono meno.

La frontiera agricola amazzonica
La frontiera agricola amazzonica. Fonte: Wikipedia

Anche l’aumento della produzione agrozootecnica degli ultimi vent’anni, trainato dalla domanda, in primis internazionale, ha causato la ricerca di terre “nuove”. Anche in questo caso, però, se non ci fossero terre da sfruttare quasi gratuitamente 3, il gioco di usare terre nuove non varrebbe la candela, sia per i costi del deforestamento, sia perché queste terre sono molto distanti dai centri di raccolta, con conseguente aumento notevole dei costi. Converrebbe piuttosto usare le stesse terre e aumentare la produttività, cosa che è accaduta in Brasile negli ultimi decenni, ma su cui ci sono ancora margini di miglioramento.

I driver

Ricapitolando: gli incendi sono legati alla deforestazione ed entrambe alla conquista di nuove terre per la produzione agrozootecnica. Quindi vuol dire che una spinta verso l’incremento della produzione agrozootecnica determina più deforestazione e più incendi.

Il grafico che abbiamo mostrato sopra, che mostra la relazione tra variazioni annuali negli incendi, nella deforestazione e nel prezzo di alcuni prodotti agrozootecnici, ci dice qualcosa di diverso: all’aumentare dei prezzi non aumentano incendi e deforestazione.

Questa tendenza è confermata anche allargando lo sguardo a un periodo più lungo (cfr. grafico sottostante, nel quale non appaiono i dati sugli incendi, rilevati solo a partire dal 2002).

Tasso di incremento annuo del deforestamento, del prezzo della soia e dei bovini - Anno base 1990
Tasso di incremento annuo del deforestamento, del prezzo della soia e dei bovini – Anno base 1990

Allora, che cosa influenza incendi e deforestazione?

L’analisi del primo grafico, dove sono riportati i presidenti che si sono succeduti e alcune azioni da questi intraprese, sembra dirci che sono soprattutto le politiche pubbliche a influenzare l’estensione dell’area deforestata e bruciata. Ciò è peraltro confermato dalla letteratura (cfr. ad esempio questo articolo accademico del 2015, in portoghese).

L’ambizioso Piano d’azione per la prevenzione e il controllo della deforestazione nell”Amazzonia amministrativa del 2004, ampio e diversificato, unito ad una nuova legge sulle foreste nel 2006, hanno dato risultati visibili. La tendenza inizia però a invertirsi nel 2012, in un panorama politico (e di politiche) profondamente mutato.

A partire da queste considerazioni, è preoccupante la totale assenza di azioni da parte dell’attuale governo: “Il Paese continua a non avere una strategia che sostituisca l’antico Piano, varato nel 2004 e messo in un cassetto dall’attuale governo”, ha dichiarato recentemente in una nota l’Instituto Socioambiental, una delle più prestigiose ONG brasiliane.

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Note

  1. Rielaborazione sulla base dei seguenti dati: INPE – http://terrabrasilis.dpi.inpe.br/app/dashboard/deforestation/biomes/legal_amazon/rates; INPE – http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/aq1km/; INPE – http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/portal-static/estatisticas_paises/; FAO – http://www.fao.org/economic/est/est-commodities/meat/en/; MacroTrends – https://www.macrotrends.net/2531/soybean-prices-historical-chart-data
  2. In effetti, l’incendio controllato è una pratica colturale antichissima, che risale all’epoca precololombiana. Le finalità sono molteplici; tra queste, rendere il campo coltivabile, trasformare rapidamente la materia organica in nutrienti per le piante, distruggere i parassiti. Perfettamente adeguata quando il rapporto tra persone e terra disponibile è basso, diventa più problematica la terra inizia a scarseggiare
  3. Questo studio, ad esempio, stima che il costo della deforestazione di un ettaro, al netto delle autorizzazioni, fosse nel 2016 di R$ 2.000

Dopo l’impeachment di Dilma Rousseff

Queste righe non vogliono essere un’analisi politica, ma le semplici riflessioni di un cittadino che osserva, un po’ da dentro e un po’ da fuori, le vicende brasiliane, sostenuto dalle analisi dei quotidiani El Pais e The New York Times.

Ho seguito la votazione sull’impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff nella Camera e nel Senato brasiliani. E’ stato uno spettacolo triste, sia per le menzogne che venivano proferite tranquillamente — prima fra tutte la relazione diretta causale tra azione del governo e crisi economica –, sia per chi le diceva: sepolcri imbiancati, come dimostrano analisi puntuali dei reati dei quali i parlamentari sono imputati 1.

Non è preciso chiamare questo processo di impeachment colpo di stato: un colpo di stato ha come tratto distintivo l’azione illecita e violenta, fuori dalle leggi. Di quello ha però l’ingiustizia e l’illegittimità. Dico illegittimità (non illegalità) perché una normale alternanza nel potere — ciò che l’ascesa del PMDB a partito-guida del governo rappresenta — non è stata raggiunta mediante gli strumenti previsti per una normale alternanza nel potere, ovvero le votazioni, ma mediante uno strumento, l’impeachment, che si applica in casi eccezionali; se ciò di cui Dilma Rousseff è accusata rientri in questi casi eccezionali o meno è argomento di fervente dibattito, ma la maggior parte degli analisti non coinvolti direttamente nella vicenda affermano che non rientri affatto. Parlo poi di ingiustizia proprio per quanto detto sopra: gli accusatori sono più colpevoli dell’accusato.

Che cosa venga dopo questo pasticciaccio brutto della prima fase dell’impeachment è difficile dirlo: alcuni sostengono che tutta la baraonda dell’impeachment sia stata messa su per insabbiare, in un secondo momento, l’operazione anti-corruzione 2; altri rilevano che la riforma politica, tanto necessaria in Brasile, sarà portata avanti dal parlamento solo se il paese diventa davvero ingovernabile 3.

Che l’instabilità politica non sia facilmente risolvibile, è probabile, non solo per lo scollamento tra la classe politica e l’opinione pubblica, ma pure per la schizofrenia di quest’ultima: si pensi che, mentre le piazze sono contese tra i manifestanti a favore e contro l’impeachment, il candidato favorito per le elezioni è ancora Lula 4

Quale ruolo avrà in questa crisi il Partido dos Trabalhadores (PT)? Dopo circa 13 anni torna all’opposizione. Il Brasile è molto cambiato in questi anni, ma anche il PT è un partito molto diverso. Certo, un profondo cambiamento era già avvenuto negli anni che vanno dalla prima candidatura di Lula (nel 1989), alla sua prima vittoria (nel 2003), ma certo maggiore è quello avvenuto negli anni di governo5. Usando un linguaggio un po’ semplice, si può dire che forse “fa bene” al PT tornare all’opposizione, ma ha ancora la spina dorsale e i muscoli per farlo veramente?

Ma il bisogno di una forte opposizione, politica e culturale, c’è eccome.

L’equipe di governo che il presidente ad interim ha fatto trapelare non promette nulla di buono, in termini di giustizia sociale 6. Più in generale, è evidente che un’agenda conservatrice sta guadagnando momentum. Un segnale tra i tanti: alla quarta posizione nelle intenzioni di voto per il prossimo presidente sta Jair Bolsonaro, già senatore più eletto di tutto il paese, tristemente famoso per le sue posizioni a favore della tortura, contro l’immigrazione e per l’estensione del porto d’armi 7.

  1. Cfr. qui per un’analisi dettagliata, soprattutto incentrata sui deputati, qui per la lista dei deputati che rispondono a processi nella giustizia, qui per la lista dei senatori nella stessa condizione
  2. Cfr. A ofensiva do Legislativo que pode ameaçar a Operação Lava Jato, El País, 12/04/2016
  3. Cfr. intervista a Alfredo Saad Filho nella trasmissione Newshour della BBC del 12/05/2016, minuto 6.48 ca.
  4. Cfr. Lula e Marina lideram corrida para 2018, Folha de São Paulo, 09/04/2016
  5. Per un’analisi interessante, benché molto “di parte”, di questo fenomeno, cfr. A esquerda precisa superar o PTCarta Capital, 06/05/2016
  6. Cfr. Presidente interino faz anúncio oficial de seus ministros El País, 12/05/2016
  7. Cfr. Conservative’s Star Rises in Brazil as Polarizing Views Tap Into Discontent, The New York Times, 08/05/2016

Alternative basate sui diritti o alternative economiche?

Questo testo è stato scritto per rispondere ad alcuni interrogativi posti dal collega Nazmul Ahsan (Senior Program Officer at ActionAid Bangladesh). Ho pensato potesse essere utile per chiarire alcune questioni in gioco nel nostro lavoro programmatico.

Un’alternativa economica può creare un’alternativa credibile basata sui diritti umani? I due aspetti sono complementari o uno si aggiunge all’altro?

In primo luogo, penso sia necessario definire i termini. Nel manuale di ActionAid People’s Action In Practice, riguardante l’approccio basato sui diritti umani (disponibile qui in inglese: http://bit.ly/1QQxCaQ) c’è solo la definizione dell’alternativa economica al femminile, che è definita come “una soluzione innovativa che intende dare risposta allo squilibrio di genere che caratterizza il sistema economico presente (sia al livello micro che macro) e che riconosce il valore del lavoro di cura non pagato”, mentre le alternative sono definite come “idee che aumentano il raggio dei nostri interventi presenti o dei nostri modelli – promettendo qualcosa di diverso per il futuro, qualcosa di positivo, qualcosa che cambia i sistemi”.

In questo quadro, dobbiamo considerare un’alternativa economica solo un cambiamento strutturale, ad es. un sistema fiscale più equo? Più avanti, nel manuale, il raggio dell’alternativa economica è un po’ ristretta; leggiamo: “Molto del nostro lavoro di promozione di alternative economiche per le donne sarà indirizzata alle giovani donne, riducendo le molteplici responsabilità di lavoro di cura che esse si sobbarcano e aiutandole a trovare nuove forme di [generazione di] reddito sostenibile”.

Possiamo pertanto dire che le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate e complementari. Sono intrecciate perché, per esempio, un sistema di imposte più giusto è sia un’alternativa economica, sia un’alternativa basata sui diritti; lo stesso si può dire per una misura universale di sostegno al reddito.

Complementari perché, per esempio, rafforzare delle piccole imprese portate avanti da chi è in situazione di povertà è un’alternativa economica (volta a superare la condizione di povertà), che, insieme ad altre alternative (come rafforzare l’occupabilità delle persone), è necessaria ma non sufficiente per superare la povertà. Per esempio, non tutti possono iniziare un’attività economica, o trovare un lavoro decente, magari per ragioni di salute, di età o per qualche tipo di discriminazione.

Al tempo stesso, le alternative basate sui diritti sono necessarie, ma anch’esse non sono sufficienti. Un reddito minimo è utile a creare una sicurezza per persone in situazione di povertà, ma non è una risposta per un giovane o un adulto che vuole un lavoro. Un altro esempio: un sistema sanitario universale è una alternativa basata sui diritti fondamentale, molto utile ad evitare che le persone cadano in povertà, ma non è sufficiente in sé per combattere la povertà delle famiglie.

L’alternativa economica incide sulle cause strutturali della povertà?

In qualche modo l’ho indicato sopra, mostrando come le alternative economiche e le alternative basate sui diritti sono intrecciate.

E’ evidente che le micro-alternative economiche non cambiano il sistema, ma inseriscono alcune nel persone nel sistema; sono alternative in quanto cambiano – o possono cambiare – i rapporti di potere.

Posso aggiungere che, da un punto di vista empirico e storico, le due componenti si retroalimentano: le persone che migliorano la propria condizione economica, probabilmente lotteranno per i propri diritti (non solo economici), laddove i diritti civili, politici e sociali universali mettono le persone nelle condizioni di avere alternative economiche.

Quali sono gli aspetti che dobbiamo assicurare nel nostro lavoro volto a creare alternative economiche?

Penso che questa domanda sollevi una gran mole di questioni, ma cerco di rispondere con tre punti:

1) Le alternative economiche, sia nel senso ristretto, sia in quello ampio, devono essere efficaci. Se una famiglia avvia un’attività economica, deve essere sostenibile nel lungo periodo e permettere veramente alla famiglia di non essere più povera.

2) Le alternative economiche devono essere “buone” da un punto di vista ambientale e sociale. Questo punto certamente si scontra molto spesso con il primo, ma un’alternativa economica ingiusta non è, per definizione, un’alternativa.

3) Detto ciò, il “problema” delle alternative economiche (e, penso, di gran parte di ciò che succede nel regno dell’economia) è che la molti cambiamenti – non tutti, ma molti – sono positivi per alcuni e negativi per altri, almeno in termini comparativi. Questo punto deve essere tenuto a mente, benché sia impossibile fare qualcosa in questo campo cercando di risolverlo.

Spendere BENE

Spendere BENE. L’espressione eredita dall’avverbio con la quale è composta l’ambiguità di fondo1. Spendere in modo “buono, retto, giusto“, oppure in modo “conveniente, opportuno, vantaggioso“? Quando si affronta la questione nell’ambito sociale, la contraddizione esplode.

Perché ognuno ha un’idea abbastanza formata di quale sia il modo buono di spendere i soldi, anche quando non è del tutto chiaro quale sia il modo vantaggioso. Molti si fanno un’idea anche di quale sia il modo buono per gli altri di spendere i soldi e magari di quale sia il modo più vantaggioso.

I due aspetti sono distinti, ma il cortocircuito è immediato.

Prendiamo un esempio concreto, che ho incontrato più volte nei percorsi di riflessione sull’uso del denaro che ho realizzato per ActionAid (cfr. i progetti Ora facciamo i conti e Contiamo insieme): una mamma che deve decidere se usare una piccola somma (€ 170) per pagare tutto l’affitto di casa o per organizzare una piccola festicciola per la figlia che fa gli anni.

Sull’asse buono/ cattivo si confrontano due possibili scelte:

a) prima viene il dovere di pagare l’affitto (se non ci sono soldi si taglia sulle feste) CONTRO b) la gioia della figlia e la reputazione della famiglia è più della importante della rendita del proprietario (pubblico o privato che sia).

Sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso anche si confrontano due scelte:

c) se non si paga l’affitto si viene cacciati di casa (da ciò derivano molti altri problemi) CONTRO d) in una situazione economicamente incerta è importante avere una rete di amici e conoscenti (che si alimenta anche mediante le festicciole).

Come ho scritto sopra, in genere abbiamo le idee più chiare rispetto all’asse buono/ cattivo, che a quello vantaggioso/ non vantaggioso (in genere, non vale per tutti). Quindi, se non siamo la mamma in questione, ci sembra più semplice scegliere tra (a) e (b), che tra (c) e (d), oppure cerchiamo di far di tutto per accomodare (a) e (b), suggerendo che si possono invitare tutti gli amichetti della figlia al parchetto senza spendere nulla (magari puntando su un porta tecum)2.

In contesti diversi la scelta sull’asse vantaggioso/ non vantaggioso può essere una scelta molto tecnica (mettere i propri soldi in azioni o in un fondo pensione può essere equivalente sull’asse buono/ cattivo, ma avere esiti molto diversi in termini di ritorno finanziario); ma nel caso in questione — e in tanti casi simili — no e poiché confrontare mele con banane è arduo, non solo è difficile scegliere tra (c) e (d), ma molti “ben-pensanti” volentieri vorranno consigliare alla mamma qual è la scelta migliore — non dovendola fare loro.


 

 

L’immagine dell’intestazione è un particolare del dipinto Vanitas di Jan Brueghel il giovane, del 1631, conservata alla Galleria Sabauda di Torino (cfr. www.galleriasabauda.beniculturali.it/catalogo/#page/222). Nella parte principale della tela la personificazione della vanità è circondata da mille cianfrusaglie ed è accompagnata da due puttini, che peraltro non si curano di lei; sullo sfondo sono invece rappresentate scene ad alto contenuto sociale: dei compagni che s’abbuffano insieme, delle scene di saltimbanchi e di feste paesane. E’ molto probabile che l’autore abbia voluto accomunare tanti oggetti inutili e queste manifestazioni futili, nella più ampia categoria del vano e del vacuo. Una lettura diversa, non fedele ma che ci fa gioco, può invece interpretare la divisione tra le due “vanità” come non piccola: in un caso le ricchezze si sono spese per acquistare oggetti preziosi e alla fine si rimane soli; nel secondo caso i soldi van spesi con altri e si sta in compagnia.

  1. Nel dizionario Treccani online, significato a. È l’avverbio corrispondente all’agg. buono, e significa perciò in modo buono, retto, giusto, o conveniente, opportuno, vantaggioso, in modo insomma da dare soddisfazione piena, cfr. www.treccani.it/vocabolario/bene1
  2. Nei percorsi Ora facciamo i conti e Contiamo insieme cerchiamo di agire molto sulla possibilità di trovare forme di consumo che raggiungano uno stesso fine, ma con spesa minore. Sono piste molto interessanti, ma non sempre questo è possibile e se qualcuno vi assicura che lo sia, bisogna stare attenti. Inoltre, per essere possibile, il cambiamento delle forme di consumo deve coinvolgere il gruppo di riferimento del singolo — sia questo gruppo reale o virtuale

Venditori ambulanti di colazione

Quando, a São Paulo, attraversi l’incrocio tra l’Avenida General Olímpio da Silveira e la Rua Lopes de Oliveira, ti trovi al crocevia di vari mondi: alle spalle ti lasci un quartiere che fu piccolo borghese, animato da laboratori e botteghe, popolato da italiani — la panetteria e bar Palmeiras all’angolo ne è una buona testimonianza; attraversi una grande direttrice, sfigurata dal sovrapassaggio, che con il suo grigiore e la triste vita del popolo che si ripara lì sotto, porta le stigmate della grande metropoli; ti incammini — non ci sei ancora — verso uno dei quartieri più ricchi della Capitale, Higienópolis, dove, tra le altre, abita una vivace comunità di ebrei, parte della quale ortodossi.

Venditori ambulanti di colazione. Disegno di Luca Fanelli
Venditori ambulanti di colazione. Disegno di Luca Fanelli

Qui c’è la fermata della metropolitana Marechal Deodoro. Sin dalle prime ore della mattina tutta l’area circostante è popolata da tanti minuscoli banchetti che offrono la colazione. Il menu è semplice e sincero: una bella fetta di torta, tipo margherita o al più al cioccolato, caffelatte (o caffè zuccherato) servito nel bicchiere di plastica. Il cliente preferisce ingozzarsi piuttosto che camminar mangiando. Scuce un paio di reais per il tutto e riprende il suo passo spedito.

La storia e il destino dei venditori è raccontato meglio di qualunque analisi sociologica dalle rime del cantautore Adoniran Barbosa, che compone all’incirca nel 1975 il samba Vide verso meu endereço (Legga dietro il mio indirizzo):

Com o dinheiro que um dia você me deu
Comprei uma cadeira lá na praça da Bandeira
Ali vou me defendendo
Pegando firme dá pra tirar mais de mil por mês
Casei, comprei uma casinha lá no Ermelindo
Tenho três filhos lindos
Dois são meus, um é de criação

La voce narrante, protagonista della storia, si rivolge con deferenza ma dignità al suo benefattore — padrone un tempo? — raccontando che i soldi ricevuti in dono sono stati investiti in un esercizio informale da lustrascarpe (nel centro della città), che, dandoci dentro, gli ha permesso di comprare casa (in quella che allora era l’estrema periferia) e mantenere due figli biologici ed uno adottato o, per meglio dire, affidatogli 1.

Venuti anch’essi da una lontana periferia, gli avventori dei venditori di colazioni condividono con questi ultimi l’estrazione sociale: risaliranno le vie che portano all’alta Higienópolis2, per guadagnarsi la pagnotta nelle pulizie o come venditori. Alle cinque del mattino, uscendo di casa, non ce la fanno a fare colazione. Condividono una stessa ambizione, o speranza, che vuole sfuggire alle statistiche — il Brasile infatti è ancora uno dei paesi con la più bassa mobilità sociale3.

Intanto spendono poco per far colazione, riprendono in fretta a correre, pronti a darci dentro (pegar firme).

  1. Il protagonista della canzone ha altre due caratteristiche peculiari che potremo trovare, ma più difficilmente, nel venditore di colazioni: è analfabeta — e il tasso di analfabetismo in Brasile è di almeno tre volte inferiore oggi rispetto agli anni Settanta — e compone e suona samba — un’attività forse trasversale a diversi gruppi sociali, ma pur sempre circoscritta.
  2. Higienópolis porta questo nome perché fu costruito, soprattutto a partire della seconda metà del XIX secolo, come alternativa alle regioni basse e malsane della città
  3. Cfr. ad es. J. B. Isaacs, International comparison of economic mobility, The Brookings Institution, 2008, p. 5).

La natura sociale dell’apicoltura

Un giorno ho visitato un apicoltore locale, che usava solo kafò… in modo così abile che il suo miele era di qualità eccelsa.

Delle testimonianze emerse nella tavola rotonda su apicoltura e cooperazione, una delle più efficaci, a mio parere è stata quella di Celso, che ha raccontato delle sue esperienze in Africa: “Appena arrivato, con il mio sapere tecnico di apicoltore, ho constatato che nessuno applicava delle tecniche moderne. Per alcuni anni abbiamo insegnato come usare l’arnia razionale. Un giorno ho visitato un apicoltore locale, che usava solo kafò (arnie tradizionali). Le usava in modo così abile che il suo miele era di qualità eccelsa. Allora ho capito che si poteva fare un ottimo miele anche con gli strumenti tradizionali” (libera trascrizione). In un semplice racconto ha racchiuso il succo del dibattito sulla cooperazione allo sviluppo: indagare, ascoltare, rispettare e valorizzare, non partendo da presupposti teorici, ma da una constatazione. Sul campo. Da esperto.

Un momento della tavola rotonda L'ape: regina della cooperazione. Parla Gianluca Pressi, direttore AVEC PVS. Piacenza, Emilia-Romagna, Italia. Ottobre 2015 (c) Conceição Peres Lopes
Un momento della tavola rotonda L’ape: regina della cooperazione. Piacenza, Emilia-Romagna, Italia. Ottobre 2015 (c) Conceição Peres Lopes

Il valore aggiunto della tavola rotonda, organizzata nel quadro dell’edizione speciale (autunnale) di Apimell da AVEC PVS è stato proprio quello di far dialogare persone per lo più esperte di apicoltura, con esperienze di cooperazione; a volte è stato difficile mantenere stretto il legame tra le due componenti — è facile infatti sconfinare nelle elucubrazioni teoriche sul significato della cooperazione e si può sempre cadere nei tecnicismi — ma laddove è successo (vedi la testimonianza citata) ha funzionato. E potrà continuare a funzionare.

Prendi il numero di specie di api senza pungilione, moltiplicalo per il numero delle stagioni nelle regioni tropicali e poi per le combinazioni possibili di pollini (20-50)! (Vit, Pot Honey)

In questo consesso sono tornato a parlare di Meliponini, le api senza pungiglione. La prima suggestione che ho voluto trasmettere è la diversità che caratterizza tutta la meliponicultura: diversità di mieli, dovuta al numerosissimo numero di specie; diversità di procedure di estrazione del miele; diversità delle forme di conservazione: refrigerazione, desumidificazione e maturazione. Dei tre, questo è quello che rispetta maggiormente le caratteristiche di un prodotto vivo e particolare.

Il secondo punto toccato sono stati alcuni dati quantitativi sulla produzione di Meliponini in Brasile, confrontati con la produzione di miele di Apis mellifera in Italia e Brasile (cfr. slide in fondo). E’ significativo sottolineare che in tutti i tre casi i dati sono di difficile reperimento e si tratta di stime.

Guardando alla meliponicoltura in un’ottica più ampia di sviluppo locale ho sottolineato la sua potenziale importanza nell’economia familiare contadina, in quanto apprezzata dalle giovani generazioni e utilizzabile come integrazione del reddito, anche grazie alla valorizzazione del prodotto sul mercato (informale). Ho però messo in luce che una maggiore specializzazione potrebbe essere il vettore di produzioni di maggiore qualità e che l’ingresso che il miele di api senza pungiglione sta facendo nel mondo gourmet è al contempo una minaccia e un’opportunità.

un’attività pratica, ma che richiede molta applicazione e pensiero

Allevamento d’api come strumento di sviluppo locale in ottica sociale solo lontano dall’Italia? No. Sempre ad Apimell ho conosciuto il bel progetto dell’associazione alessandrina Cambalache, che ha formato un gruppo di richiedenti asilo in questa professione e ha già inserito alcuni giovani in aziende apicole. “Il potere dell’apicoltura”, spiega Mara Alacqua (presidente Cambalache), “sta nell’essere un’attività pratica, ma che richiede molta applicazione e pensiero: è un lavoro che qualifica e permette ai rifugiati di distogliere il pensiero dai traumi subiti nel Paese di origine e durante il viaggio verso l’Italia” (libera trascrizione).


 

Slide presentate al Congresso

Manioca nel Roero

La manioca (Manihot esculenta) non cresce nel Roero, ma per una sera ha fatto da protagonista a Pocapaglia dove un bel gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche, accolti da Konstantin e Karen, hanno potuto provare la vera farina di manioca amazzonica, il tucupi piccante e il tarubá.

Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
Tucupi, farina di manioca e tarubá. Sullo sfondo la cascina. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Tutti e tre i prodotti sono tanto importanti per la culinaria amazzonica, quanto poco conosciuti fuori dai confini di questa regione — in particolare il tucupi e il tarubá.

Tucupi

Il tucupi è il liquido estratto spremendo la pasta di manioca (tipo amaro). Essendo naturalmente velenoso, viene bollito e lasciato al sole per qualche giorno per essere reso commestibile. Il succo così ottenuto, giallastro, lievemente acidulo ed aromatico, si presta bene per cuocervi carni o pesci, soprattutto se particolarmente grassi.

L’uso più comune oggi è però quello di salsa d’accompagnamento, insaporita con aglio e cipolla e resa piccante con il peperoncino malagueta (una varietà di Capsicum frutescens). Alex Atala ha detto che il tucupi (che in lingua tupi significa distillato) è per i popoli amazzonici quello che la salsa di soia è per gli asiatici.

Tarubá

Il tarubá, invece, è una bevanda, ottenuta dalla fermentazione del beiju, a sua volta ottenuto dalla manioca, con l’aggiunta di una foglia abbastanza misteriosa. In un prossimo post ne racconteremo il processo di produzione.
Tarubá = fermento di comunità: infatti, tradizionalmente, era la bevanda offerta ai partecipanti delle giornate di lavoro collettivo di reciprocità (puxirum in portoghese brasiliano). Responsabile della sua preparazione era il proprietario del terreno sul quale si lavorava quel giorno. Oggi è ancora usata, ma nelle festività è stata per lo più sostituita dalla birra, anche perché la sua produzione è parecchio laboriosa. Meriterebbe un intervento di salvaguardia e valorizzazione.
Caratteristico è il sapore acidulo e la consistenza pastosa.

La degustazione

La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli
La degustazione. Pocapaglia, Cuneo, Piemonte, Italia. Ottobre 2015 (c) Luca Fanelli

Nella bella cornice di una cascina, con la regia eccellente di Karen e Konstantin, una trentina di studenti di tutti gli anni dell’Università delle Scienze Gastronomiche hanno potuto assaggiare:

  • un brodino di gallinella con tucupi;
  • un pirão (farina di manioca ammollata) con brodo di gallinella;
  • la farina di manioca con latterini fritti;
  • il tarubá.

Si è scelto così di offrire la farina nelle sue versioni opposte di uso gastronomico: secca, in accompagnamento a cibi secchi e ammollata. La scelta dei pesci è caduta su prodotti italiani, non essendo possibile “imitare” le varietà amazzoniche.

Il tucupi è stato presentato nella forma più possibilmente pura, per poterne apprezzare l’aroma e il sapore.

Il mistero della farina

A margine della degustazione, è stato spiegato il processo di preparazione della farina, del tucupi e del tarubá. Tanti si sono stupiti dell’uso della varietà amara della manioca, che richiede tanto lavoro per essere resa commestibile.

Certamente all’origine di questa “scelta” ci sono questioni materiali, ad esempio che la varietà amara tiene lontani animali che la potrebbero aggredire, oppure che rende di più nella produzione della farina.

La laboriosità del processo di produzione della farina fa però di questo prodotto il prodotto “culturale” per eccellenza dei popoli amazzonici, quello che distingue l’uomo dallo stato naturale. Significativamente la farina accompagna l’altro versante, selvaggio, del cibo, essendo consumata insieme al pesce e alla cacciagione — oggi, carne.

La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden
La coltivazione della manioca, fuori dal villaggio (a sinistra) e una scena di pesca (sulla destra). Incisioni della prima edizione del Viaggio in Brasile di Hans Staden

|A| Açaí

Il giovane di un villaggio prepara manualmente il vinho di açaí nei pressi di un torrente (igarapé). Comune di Oriximiná, PA, Brasil. 2007. Foto di Luca Fanelli
Il giovane di un villaggio prepara manualmente il vinho di açaí nei pressi di un torrente (igarapé). Comune di Oriximiná, PA, Brasil. 2007. Foto di Luca Fanelli

Un motto di spirito che ha fatto da leitmotiv ai miei primi giorni in Amazzonia è stato “Quem vai ao Pará, parou. Tomou açaí, ficou”, che si può rendere con “Chi arriva nello Stato (brasiliano) del Pará, si ferma. (Se) beve l’açaí, resta”. Orgoglio per un prodotto locale, ma soprattutto segnale chiaro che per “essere dei nostri” si deve amare l’açaí (Euterpe oleracea).

Açaí vale per polpa estratta dal frutto dell’açaí, e il fatto non è scontato perché, a 2-3 mila km a sud, nella Foresta Atlantica, la “cugina” dell’açaí, la juçara (Euterpe edulis Martius) rischia l’estinzione perché ne è apprezzato il cuore – ogni cuore estratto, una pianta tagliata. Oramai anche in villaggi sperduti si trova una batedeira, una macchina che scortica il frutto, tondo (della dimensione di una grossa biglia di vetro), lucido e violaceo, dalla sottile polpa e ne estrae un succo denso, quasi cremoso; ben diverso dal vinho (vino), prodotto lasciando a mollo i frutti e poi sfregandoli a mano su un setaccio.

Base della dieta in alcuni periodi dell’anno, in alcune località, per alcuni, dessert per altri, difficilmente l’açaí manca da una tavola paraense, da una discussione sul futuro delle regioni rurali del Nord del Brasile, dai ricordi di chi è stato in Amazzonia. Eppure è un cibo funzionale affermato negli USA e che si sta cercando di affermare anche in Europa.

Per essere “uno di loro”, dunque, non vale più: si dovrà cambiare il detto, parlando di altre palme, come la bacaba (Oenocarpus bacaba), il cui succo, beige chiaro, ha una sfumatura di gusto leggermente diversa – ed è, questo sì, universalmente sconosciuto.


 


ABBECEDARIO AMAZZONICO: Una scelta di parole che, per personalissima scelta, ritengo particolarmente rappresentative della regione. Senza voler essere esaustivo ed enciclopedico. => Indice delle parole.

Lavoro di squadra vincente

I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all'ingresso dell'azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAid

I giovani del progetto Lavoro di squadra (Adrian, Marco e Vlad) con Tommaso (Balon Mundial) all’ingresso dell’azienda dove si svolgono i tirocini. Febbraio 2015. Foto di Luca Fanelli/ ActionAidSì, finalmente, ce l’abbiamo fatta: il 2 febbraio scorso quattro partecipanti del progetto “Lavoro di squadra”, Adrian, Davide, Marco e Vlad hanno iniziato a lavorare in una grande azienda del torinese. Con un tirocinio di sei mesi, con grande grinta e grandi speranze. Come per tutta la storia del progetto, anche questa piccola grande vittoria viene da un lavoro di squadra: il grande assist ci è venuto da Balon Mundial, partner del progetto, che aveva una relazione consolidata nel tempo con l’azienda e l’ha messa in campo; la regia del gioco è sempre stata tenuta dalla case manager del progetto, che ha seguito ogni fase, in doppietta perfetta con la persona responsabile in azienda, attento e disponibile. Sono davvero contento e ho sentito in questi giorni più volte i ragazzi per sapere come andava. Per alcuni di loro lo scoglio maggiore sono gli spostamenti, soprattutto per il primo turno, per cui bisogna alzarsi per le cinque. Ma dentro la fabbrica ci mettono grinta e cercano di imparare.

Eppure è sbagliato, sbagliatissimo focalizzarsi su questo inserimento lavorativo. Gli esiti del progetto sono molto più grandi e non sempre facilmente tangibili: due ragazze, entrate in primavera nella squadra di danza, hanno maturato durante gli allenamenti l’idea di riprendere a studiare. Una di loro sta sudando sui banchi di un istituto tecnico serale: la strada è lunga e dura, ma è importante continuare, per avere il diploma — e un altro partner del progetto, ASAI, la sta aiutando con il servizio di doposcuola; l’altra ha tentato in autunno di entrare all’università, nella triennale di infermieristica; non ce l’ha fatta, ma riproverà. Sei giovani, oltre a quelli di cui ho parlato prima, hanno acquisito strumenti nuovi per trovare il lavoro e in un caso la ricerca ha dato buoni frutti: Dieter ha lavorato come operatore socio sanitario in una struttura tra dicembre e gennaio e ora, con questa esperienza “fresca” di lavoro, conta di poter trovare altre opportunità; Soufiane andrà a lavorare in una panetteria di un amico, con una borsa lavoro; Valentina, che per fortuna ha visto il suo contratto come cameriera diventare più stabile, dal tempo di “Dona il tuo profilo“, grazie a un’opportunità trovata da Synergie inizia un tirocinio come receptionist e addetta al back office organizzativo presso l’ente di formazione Manager srl di Torino, avvicinandosi così un po’ più ai propri sogni in termini professionali.

Detta così, sembra un po’ troppo auto-celebrativo. In effetti di difficoltà ce ne sono state: nel coinvolgere i giovani, in particolare le ragazze; nel tenerli in squadra; nell’offrire opportunità lavorative adeguate ai partecipanti. Abbiamo scoperto che i mesi di allenamento sono stati troppi, che potevamo iniziare da subito con gli “allenamenti al lavoro”, che un’alleanza più stretta con mondo della formazione professionale è fondamentale, e tanto altro.

Tutti insegnamenti che metteremo a frutto nelle nuove edizioni di Lavoro di squadra che sono partite in questi mesi: a Milano con Fondazione Milan, ad Alba (CN) con Cooperativa ORSO e il sostegno di Fondazione CRC.

Vincere – diceva Tommaso (Balon Mundial) nel settembre scorso – per loro sarà comprendere tra qualche anno che questo progetto ha insegnato loro qualcosa… se arriveranno a dicembre a trovare un lavoro o intraprendere un percorso formativo sarà molto importante, ma, dato che siamo in un mondo difficile, puoi trovare un lavoro e poi perderlo, ancora più importante è continuare e riprovarci con un metodo e con costanza; questa è la sfida che devono superare e che speriamo di poter cogliere con questi allenamenti”.

Una partita è vinta, il campionato continua.

Post apparso sul sito di ActionAid.